BELLEZZA ARTE E FATICA
La bellezza è innocenza, vale a dire assoluta assenza di intenzionalità o studio, casualità sublime, per cui la curva di un volto, la colorazione di una foglia, come l’accostamento di due parole, il fluire di alcune note, il cadere di una pennellata in QUEL preciso punto piuttosto che in un altro ( magari discosto di pochi millimetri) irradia in chi ci s’imbatte la lancinante certezza - che sia pienamente razionale o perturbantemente intuitiva – della categoricità del Bello, della sua indiscutibile Verità.
Eppure : se nell’estasi della percezione del bello, mi pare di essere convinta di questo, non riesco, ripensandoci, ad accettare una idea del bello come frutto di naturalezza e di spontaneità assolute. Al cospetto di chi pensa all’arte, alla poesia, come a qualcosa che fluisce in una sorta di trance psico-sensoriale, a una specie di invasamento profano, inesorabilmente si affaccia la mia tendenza naturale al sogghigno, allo scherno nei confronti di chi ingenuamente cade nella trappola della semplificazione e della creduloneria.
No, no, mi dico, la cosa deve essere assai più complessa. Mi viene in mente la fatica dell’artefice, sia che lavori un materiale duro e resistente, sia che operi su sostanze puramente mentali come il ritmo, come la parola…La funzione insostituibile della fatica, dello spasimo della ricerca, del rodìo della insoddisfazione, del vaglio del tentativo, dell’insistenza ossessa del demiurgo, del lento lentissimo percorso di chi si avvicina al punto focale finché riesce a centrare quella fatale combinazione di elementi, da cui si sprigiona come una fiamma la bellezza. Magia alchemica che può sembrare causale, ma che in realtà ha in sé un viaggio – di discesa e di ascesa, di andata e ritorno, di essoterico e di esoterico. Fatica che assomiglia a una spremitura di umori ( sudore lacrime e sangue), a un dolere di ossa e di muscoli, a un contrarsi di nervi; e accanto, o meglio ad essa compenetrata, la pazienza, la dispositio ad patiendum, a patire, a sopportare un compito che aliena dal "mondo", che spesso impedisce di gustare il Piacevole Fugace, e non tanto perché lo si disprezzi orgogliosamente, quanto perché non interessa più.
Mi viene in mente ora la scena finale – il nesso è da vedere – di “Morte a Venezia”:
l’artista morente e – a distanza – l’immagine della bellezza oggetto del suo disperato amore .
Fra i due , piantato sul lido deserto e crepuscolare,collocato in modo da costituire il vertice di una triangolatura , l’arnese della mediazione , il filtro fra il grezzo e l’elaborato, lo strumento che rende pensato il casuale .
Il treppiedi della macchina fotografica .
