Sulla malattia
“La malattia dunque apre la mente del malato ritagliandolo dal resto del mondo. Grazie a questa specie di allucinata incertezza in cui la malattia ci fa precipitare i sensi si affinano. Non più soldati nell'esercito degli eretti diventiamo disertori. Loro marciano verso la battaglia. Noi fluttuiamo con i ramoscelli nella corrente; confusi con le foglie morte del prato irresponsabili e disinteressati e capaci forse per la prima volta dopo anni di guardare intorno di guardare su di guardare per esempio il cielo".
Mi è accaduto ultimamente di leggere un bellissimo saggio di Virginia Woolf “Sulla malattia”.
E’stata una di quelle esperienze in cui l’ammirazione per l’acutezza e l’originalità del contenuto si mescola a quella specie di euforia e di rinvigorimento mentale che ti prende quando scopri che quello che leggi corrisponde esattamente a quello che avevi sempre percepito e pensato, e che ora ti viene disteso davanti con una perspicuità e una proprietà esemplari.
La malattia come percezione diversa del mondo che ci circonda, una percezione in limine, sulla soglia, da una soglia, e non priva di risvolti visionari , allucinati, estatici. Solo in questi stati in cui si allentano le catene che ci bloccano ai ceppi della “vita normale”, con tutta la sua incontrastabile serie di doveri, di sentimenti dovuti, di passioni autoimposte, di certezze costruite, possiamo accedere a livelli di comprensione più profonda di tutto ciò che è indicibile, inenarrabile, indescrivibile : il mistero dell’arte , della grande arte, può essere penetrato solo in uno stato senza puntelli, di suprema incertezza e fragilità. Per penetrare il mistero dell'arte occorre perdere il più possibile le caratteristiche "pesanti" che rendono atti all'agire pragmatico, liberarci dell'imperativo all'azione che - senza che ce ne accorgiamo - ci rende coatti. Destrutturarsi, insomma, e quasi sciogliere il corpo muscolare nelle sue componenti organiche, allo stato incoeso. Lo sapevano bene del resto Kafka, Mann, Proust e molti altri...
Anche la convalescenza ha i suoi privilegi : ad esempio quello di oziare senza sentirsi in colpa o essere considerati sfaticati, apatici, o depressi. La mentalità corrente ( determinata s’intende da esigenze socio-economiche) non accetta l’idea che si possa stare senza “far niente” con gioia. Si adorano le attività di movimento muscolare, e quindi la meditazione e la contemplazione che richiedono staticità – per non dire immobilità – sono guardate con sospetto, e ben presto etichettate con lo stigma del depresso.
Oggi i progressi della medicina e della farmaceutica hanno in molti casi abbreviato i tempi della malattia e della convalescenza : un tempo si partiva per la campagna magari e si scompariva per qualche mese, prima di tornare a marciare con l’esercito degli eretti. Ci si permetteva di vivere con pienezza il lento riabituarsi del corpo ad essere sano...