Durata
‘In tutto – in ogni persona o sentimento – io sto stretta , come in ogni stanza : sia che si tratti di una tana o di un castello. Io non riesco a vivere, e cioè a “durare”, non so vivere nei giorni, e ogni giorno vivo “fuori” di me. E’ una malattia inguaribile e si chiama – anima.’ (Marina Cvetaeva)
Credo che potrei fare mie in toto queste parole, se non fosse per una certa riserva sul tema dello spazio: il fatto di sentirmi stretta, per quanto riguarda la dimensione spaziale, presenta nel mio caso delle eccezioni importanti , che a volte bastano a compensarmi di ogni altra angustia. Ci sono infatti dei luoghi a cui sento di aderire così perfettamente come una mano al suo guanto, e il guanto alla sua mano. Il più delle volte sono luoghi naturali, ma non mancano neanche ambienti interni, spesso caratterizzati questi ultimi – paradossalmente- da una effettiva angustia spaziale che anziché cagionarmi tormenti claustrofobici mi fa sentire splendidamente “a casa mia”.
Culla? Bara? Stipo riposto? Tana “sotto-il-tavolo-ricoperto-da-lungo-tappeto? O ancora…tenda?
Perfetta è invece la mia adesione al senso di angustia rispetto al campo affettivo, che poi è strettamente legato al tempo.E’ consolidata ormai la mia consapevolezza di non sapere “durare”, che però non so se è giusto identificare tout court col vivere, come fa M.C.. Ma è vero che non so vivere nei giorni, nella sequenza di segmenti temporali che si susseguono , per cui ci si aspetta l’istituirsi di una coerenza fra ciò che precede e ciò che segue, nel campo affettivo nel campo operativo nel campo relazionale, insomma in ogni aspetto dell’umano esistere.
Nata tarata, angelo schizzato per errore nel trambusto del tempo, appesa ai miei istanti di accecante fulgore che nessun umano è disposto a farsi bastare, sola in un universo di cacciatori di tempo,di durata, di persistenza, di stabilità, di possesso.
