Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
mercoledì, 30 novembre 2005

 Sul dolore

Nel sentire dolore – non parlo di quello fisico che forse richiede un genere diverso di riflessione – c’è un ultimo confine che si apre su una Zona in cui il dolore – quel dolore – cessa. Per cui d’un tratto mi è risultato chiaro che ogni sofferenza – che non sia legata, ribadisco, a strazio di carne – sia in fondo autoindotta , determinata insomma da qualche meccanismo interiore, inconscio ma non per questo meno attivo, che ci obbliga a farci male.

Una volta – anni fa – scrissi da qualche parte : e dunque, si può scegliere di soffrire come di vestirsi di rosso o di verde? In fondo era già l'intuizione della inesplorata camera che c’è dentro di noi, oltrepassata la soglia della quale, ogni dolore cessa e ci troviamo immersi in un’aria così rarefatta e leggera che neanche i vertiginosi librati delle aquile attingono.

E non è  l’A-PATIA classica, e neppure l’A-TARASSIA  Che lì quell’alfa privativo significa pure qualcosa : una sia pure lontana nostalgia, la traccia di un’assenza o di una mancanza, il persistere di un bisogno anche se dominato. No, niente di tutto questo nell’impervia Zona Franca a cui non a tutti è dato arrivare.

Bensì la divina ed estetica Grazia della Pietra.

                                                 La Grazia Della Pietra

 Si tratta forse dell’insperato connubio di Grace e di Pesanteur, che la cristianamente giudea  Simone Weil ( o giudaicamente cristiana?) disperò di attingere ?

Bene : oltrepassata quella soglia, a prezzo di un’ardua disciplina priva di sconti e di consolazioni, ti meravigli di non alzarti dal suolo in volo. Con indescrivibile sollievo butti come dalla navicella di un areostato tutta la zavorra che con incredibile ostinazione ti portavi dietro, senza arrivare a capire quanto fosse semplice il gesto.

Un Gesto Semplice appunto : buttare ( giù s’intende), sgravare, sgravarsi di tutti quei viluppi di feti morti che hai dentro, asciugarti del putridume e dei liquami.

Perdita di orpello ma non di sostanza.

Consistente ma trasparente come alabastro con una fiamma retro.

Sacrale e domestica come un’ostia che alta sull’ostensorio, soavemente raggia.

 

postato da Esterazy alle ore 20:50 | Permalink | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
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Commenti
#1   30 Novembre 2005 - 21:18
 
Labbuonasera.
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#2   01 Dicembre 2005 - 14:31
 
più di un anno fa scattai e pubblicai sul blog per la mia amica melusina alcune foto di pietre, scattate durante una gita sul lagorai vediamo se riesco a metterne qui due e.

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#3   01 Dicembre 2005 - 14:32
 
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#4   01 Dicembre 2005 - 14:33
 
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#5   01 Dicembre 2005 - 14:33
 
scusami e. ho fatto un po di casino :)
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#6   02 Dicembre 2005 - 16:36
 
tecnicamanete molto efficace, brillante,ma non so quanto condivisibile.. alle volte la parole prendono il sopravvento persino sui pensieri e sulla verità.
c.
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#7   03 Dicembre 2005 - 01:09
 

...il mio scritto non aveva nessuna presunzione di verità in senso oggettivo, chubby. Per me verità è stata e lo è ogniqualvolta mi accade di pervenire a quello stato di animo, ad attingere quella consapevolezza su quello che percepisco in me in quel momento. Il bisogno di comunicarlo e di tradurlo in parole è quindi, forse, l'ultimo stadio di una esigenza di chiarificazione interiore, senza alcun intento di esemplificazione o presunzione di indicare ad altri una via.
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#8   03 Dicembre 2005 - 01:12
 

...grazie, hladik, ho sempre amato le pietre.
(La prima raccolta di poesie di Mandel'stam era intitolata "La pietra")
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#9   03 Dicembre 2005 - 01:27
 
due o tre anni fa scrivesti un post in cui dicevi che l'Io dovrebbe liberarsi di tutte le stratificazioni che lo avvolgono e finalmente librarsi semplice e puro da tutte le incrostazioni che lo avviluppano.
Risposi con la leggenda del diamante nella cipolla, cercando un diamante nella cipolla , togliendo strato dopo strato non si ottiene altro che un bel bruciore degli occhi perchè nella cipolla gli strati sono l'io stesso ed al suo interno non esiste nessun diamante di materiale diverso.
Racconto questo non perchè voglia citarmi, ma perchè mi interessa il problema proprio partendo da dati già acquisiti, pensati ed analizzati.

Dopo questi due o tre anni, riflettendo ora su questo post penso che in parte hai ragione, perchè indubbiamente qualcosa è da buttare, non sono più convinto che siamo tutto il prodotto delle nostre esperienze e delle forze interiori che le modellano.

Resti vaga però sulla cosa essenziale che è il metodo per giungere alla "inesplorata camera dove, oltrepassata la soglia, ogni dolore cessa", metodo fisico, mentale o cos'altro?

Le foto di hladik casomai mostrano un insieme di elementi cresciuti sotto un processo di forze diverse, ma non separabili senza pregiudicare la struttura stessa della montagna.
Non quindi espulsione di feti morti, ma un delicato e possente equilibrio di forze che reggono la montagna del nostro Io, cresciute in modo diseguale, ma inseparabili.

Pixel
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#10   03 Dicembre 2005 - 06:28
 
ti rendi conto che la tua comunicazione contiene un ossimoro, vero? comunicare ha un significato sul quale non c'è molto da sindacare, e prevede un'emittente e un ricevente che entrino in contatto e si com-prendano, non necessariamente condividendo le opposte posizioni... più giusto sarebbe allora dire che scrivi solo per te. Allora sì, concordo: la scrittura è un ottimo mezzo di chiarificazione interiore.
c.
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#11   04 Dicembre 2005 - 15:16
 

...pixel, non c'è metodo, o meglio forse il metodo è il percorso stesso : dapprima ti trovi a quadrivi (o almeno apparentemente tali), poi a bivi, poi la strada non si biforca più e c'è un'unica via davanti a te.

chubby,e sia pure: non è una comunicazione canonica. Ma perché "esporre " un percorso di ricerca e di chiarificazione interiore non potrebbe essere una forma di comunicazione, anche se sui generis?

(grazie dei vostri interventi)
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#12   05 Dicembre 2005 - 19:04
 
perché, come direbbe Vecchioni, le parole non le portano le cicogne...
:-)
io di parole e di comuicazione vivo, forse questo mi rende pignola. Non si discutono le cose, ma bisogna essere sicuri di intendersi su quanto si dice, altrimenti non vi è comunicazione di nessun tipo e, credo, neppure società.
c.
(cmq il mio blog si intitola io parlo da sola, o al massimo coi gatti, quindi fai un po tu...;-)
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