La morte di Webern
Poco più di 60 anni fa , in una sera di settembre del 1945, moriva a Mittersill vicino a Salisburgo Anton Webern. Una morte paradossale, la sua, e anche abbastanza oscura : inconsapevole vittima di un affaire di mercato nero in cui erano coinvolti soldati delle forze di occupazione, fu ucciso da tre colpi di pistola sparati da un certo Bell , cuoco dell’esercito americano, che scambiò il brillare improvviso di un fiammifero con quello di un’arma da fuoco.
Webern si stava semplicemente accendendo un sigaro, mentre passeggiava davanti alla casa della figlia da cui aveva cenato. Morì durante il tragitto verso l’ospedale.
La tipica morte “ assurda “, del tutto fortuita, incongrua rispetto alla persona da essa stroncata.
Un lampo accecante nel buio e scoppi fragorosi nel silenzio della notte segnarono la morte di un artista per cui l’ultimo raggiungimento della musica doveva essere il silenzio , che nella sua creazione aveva fatto “un uso funzionale del silenzio”. Basta il modo con cui lui si è avvicinato a Bach e lo ha elaborato, per comprendere il suo particolare genere di ascesi, il suo “rifiuto della carne e del sangue”.
Proprio quel sangue che gli zampillò sul petto e in faccia al momento della morte.
Eppure Rilke dice che ciascuno porta con sé la “sua” morte, e non nel senso generico di fine obbligata della vita, che è scontato, ma in quello delle particolari forme e modalità in cui essa si realizzerà.
In tal senso la morte è come l’Amore di Phèdre “ tout entier à sa proie attaché”.
E questa appartenenza, questa corrispondenza della morte a colui che addosso se la porta fin dalla nascita, può determinarsi o per affinità o per contrasto : contrasto anche il più scioccante, il più bizzarro, di cui il capriccio di dio possa compiacersi.
Ecco dunque perché ci sono morti simiglianti e morti dissimiglianti…

