PANICO
Penso che il PANICO ai nostri giorni abbia preso una connotazione così negativa, perché si è svuotato completamente della dimensione del sacro. Se si guarda all’etimologia, la parola panico deriva da Pan , dio greco rappresentato mezzo uomo mezzo animale che riunisce in sé l’elemento animale, umano e divino ; quella del panico dovrebbe essere dunque l’esperienza dell’ "irrompere del numinoso" nel fluire del quotidiano, del ripetuto, del prevedibile. Lo “scuotimento” che costringe a prendere contatto con un modo “altro” di percepire il reale . Lo choc sensoriale che sospende la dimensione spazio-temporale abituale.
E quindi senz’altro un TIMORE e TREMORE permeato però da una straordinaria intensità di sentire e soprattutto di sentirsi. Come in molte percezioni bifronti – freddo/caldo, attrazione/ripulsione, amore/odio – anche il PANICO trascolora in ESTASI, se si riesce a superare il primo livello di sgomento dovuto al presentarsi dell’INATTESO, dell’INCONTROLLABILE.
E anche nel concetto di estasi soccorre – come sempre – l’etimologia : estasi dal greco existemi = uscire fuori da sé. Estasi quindi in un senso molto più ampio di quello comunemente inteso, estasi come capacità di attingere – eccezionalmente – l’ALTROVE.
E’ evidente che per raggiungere ciò bisogna LIBERARSI di qualcosa, sgravarsi insomma, o spogliarsi, gettare zavorra insomma, in questo caso il modo abituale di rapportarsi a sé e agli altri ( l’ “inganno consueto”?), l'illusione di avere a che fare con un universo addomesticato e domestico, prevedibile e controllabile, in cui ci si sente definiti e protetti
Occorre afferrare l’attimo della “sospensione fra angoscia e estasi” in cui si apre il bivio che segnerà la nostra esistenza : ci si può irrigidire nel rifiuto di fronte a una INTENSITA’ che sembra INSOPPORTABILE, oppure abbandonarsi – con CORAGGIO – ad una esperienza di vertice che cancella l’Io in favore del Sé.
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