In lingue diverse
Bello parlarsi in lingue diverse.
Ascoltavo quei suoni fra il gutturale e il tubante , quell’ambigua sensuale dolcezza delle lingue slave, e m’incantava il recepire in modo così intenso la poesia del significante, l’estraniamento totale dal significato, la valorizzazione dei movimenti delle labbra e dei denti la cui funzione di organi della fonazione mi risultava ora del tutto evidente.Talvolta potevo scorgere anche la punta della lingua che insinuandosi fra le labbra assolveva al suo compito di rendere velatamente soffianti certi suoni misteriosi.
E decifrare il messaggio , almeno nel suo senso portante, attraverso il gioco delle espressioni, lo sguardo sorridente o solenne, l’arricciamento infastidito del naso, il ritmo rapido o lento del battere di palpebre.
E leggere i gesti : il rapido, automatico, passare della punta delle dita sulla fronte, l’accarezzarsi con il medio un angolo della bocca,il far scorrere la mano intera sullo spazio fra mento e gola.
A mia volta parlavo nella mia lingua, e sorprendentemente ne afferravo la sonorità e la simmetria, l’architettura fonica e le movenze ritmiche, come mai mi era capitato, quando il dialogo era stato incentrato sul senso di ciò che dicevo.
Chi ascoltava sorrideva della varietà delle posture delle labbra cui i suoni vocalici molto differenziati dell’italiano costringono.
– Che bocche generose, che bocche generose, commentava poi nella lingua comune . Non si risparmiano. Mentre le nostre sono quasi sempre strette…..
– A soffocare i suoni, a dargli quel lascivo ovattamento…Quel richiamo a un sussurro gorgogliante di colombaia…dicevo io.