OGGETTI
Il mio rapporto con gli oggetti è particolare. Non so se sia comune o meno ma mi pare di capire che in genere , essendo gli oggetti inanimati, il rapporto di un soggetto pensante con un oggetto è un flusso unidirezionale. Cioè il primo riversa su qualcuno di essi qualcosa di sé, lo satura di un proprio sentimento, per così dire “gli dà vita”, gli imprime un suo marchio che glielo rende caro.
Per me è il contrario : oggetti a me del tutto sconosciuti , che non hanno assolutamente alcun legame con la mia esperienza, entrano – con clamorosa irruzione o , al contrario , con impercettibile progressione – nella mia orbita e mi attraggono.
Potrei dire che sfuggo – anzi aborro – la significatività degli oggetti. Il loro essere un “ricordo”. Il loro essere il segno di una relazione. Non riesco a comprendere quelli che si circondano di oggetti – feticcio, che in qualche modo costituiscono specie di sintesi biografiche, come se il vissuto potesse essere musealizzato, mummificato.
Forse è per questo che non tengo ad avere foto personali, ma colleziono foto d’epoca – la distanza temporale è un’ulteriore forma di estraneità - di persone a me del tutto ignote. E’ un interesse che son certa ha a che fare con l’idea della morte, e che mi ha molto aiutato a superarne l’orrore. Quando osservo vecchie foto ingiallite – scolaresche, gite in campagna, ricorrenze familiari, cerimonie d’altri tempi – mi sembra che si materializzi questo oceano di vite, di vicende, di esseri, da cui diventa naturale, e forse persino morbosamente gradevole, essere inghiottiti.
Mi piacciono tutti gli ambienti in cui la estraneità degli oggetti è d’obbligo : gli alberghi, le stazioni, gli alloggi provvisori. Contrariamente a quanto fanno molti, questi ultimi non li personalizzo mai. Mi sembrerebbe di annullare una possibilità di vera interazione fra me e questi spazi estranei. Aspetto che siano loro a dirmi qualcosa, altrimenti…pazienza.
L’oggetto che mi attrae è l’oggetto che non ha niente a che fare con me. Nessun legame, né affettivo, né estetico. Non so dire perciò che cosa mi leghi ad esso. Sembrerebbe che il flusso stavolta parta appunto dall’oggetto e non dal soggetto ( cioè io). E’ l’oggetto che mi chiama, che mi vuole. In genere lo percepisco nettamente. Forse mi attrae proprio con la forza dell’estraneità, - forse anche l’estraneità è un “sentimento”- , dell’assenza di motivazioni al reciproco interesse.
L’esperienza più eclatante in questo campo è quando la mia faccia nello specchio sembra uno di questi oggetti.
