Fra l’arte e la morte c’è un legame profondo, l’arte e la morte sono sorelle.
Perciò chi ama l’arte – parlo di quella specie di amore che nel momento in cui si manifesta ti fa percepire in qualche modo te stesso - ha in sé inevitabilmente germi mortiferi. Perciò chi è sano, perfettamente sano, rifugge dall’arte, non l’apprezza, perché inconsciamente se ne rende sordo, si sottrae insomma al canto delle sirene.
L’arte è sorella della morte, perché rapisce la vita e la sottrae per sempre all’inganno del tempo. E dunque in realtà chi ne subisce l’incanto, in tutte le sue forme, non è che un necrofilo, un adoratore della morte e del piacere che la sua contemplazione può dare.
La sindrome di Stendhal non è che lo smarrimento di chi avverte l’ala beffarda della morte : chi è estraneo alla morte somatizza e si salva, chi le è affine si lascia prendere dal suo incanto ed entra nel suo cerchio fatale.
L’ emozione che dà l’arte è estraniante misteriosa esclusiva, e lentamente disabitua ai piaceri di altro tipo. Oppure li rende strumentali.
Anche se, contrariamente a quanto pensa chi non la prova, essa ha molto a che fare con l’edonismo e l’erotismo.
A contatto con l'opera d'arte, di qualunque tipo essa sia, emergono esperienze profonde della propria vita psichica, si lacerano veli, si attinge alla sorgente misteriosa dell'associazione, dell'analogia, del simbolo. Il mondo e la vita diventano come una foresta del Douanier Rousseau.
Sicuramente tutto ciò produce una sorta di assuefazione e un progressivo disadattamento alla vita “pratica”.
L'attrazione del bello è irreversibile, come una malattia mortale.
Tutto ciò in qualche modo vale sia per il creatore che per il fruitore, in quanto quest’ultimo, penetrando l’opera, in qualche modo fa suo il processo creativo, ne diventa il soggetto…
