Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
giovedì, 24 febbraio 2005

Fra l’arte e la morte c’è un legame profondo, l’arte e la morte sono sorelle.

 Perciò chi ama l’arte – parlo di quella  specie di amore che nel momento in cui si manifesta ti fa percepire in qualche modo te stesso -  ha in sé inevitabilmente  germi mortiferi.  Perciò chi è sano, perfettamente sano, rifugge dall’arte, non l’apprezza, perché inconsciamente se ne rende sordo, si sottrae insomma al canto delle sirene.

L’arte è sorella della morte,  perché rapisce la vita e la sottrae per sempre all’inganno del tempo. E dunque in realtà chi ne subisce l’incanto, in tutte le sue forme, non è che un necrofilo, un adoratore della morte e del piacere che la sua contemplazione può dare.

La sindrome di Stendhal non  è che  lo smarrimento di chi avverte l’ala beffarda della morte : chi è estraneo alla morte somatizza e si salva, chi le è affine si lascia prendere dal suo incanto ed entra nel suo cerchio fatale.

L’ emozione che dà l’arte è estraniante misteriosa esclusiva, e lentamente disabitua ai piaceri di altro tipo. Oppure li rende strumentali.

Anche se, contrariamente a quanto pensa chi non la prova, essa ha molto a che fare con l’edonismo e l’erotismo.

A contatto con l'opera d'arte, di qualunque tipo essa sia, emergono esperienze profonde della propria vita psichica, si lacerano veli, si attinge alla sorgente misteriosa dell'associazione, dell'analogia, del simbolo. Il mondo e la vita diventano come una foresta del Douanier Rousseau.

Sicuramente tutto ciò produce una sorta di assuefazione e un progressivo disadattamento alla vita “pratica”.

L'attrazione del bello è irreversibile, come una malattia mortale.

Tutto ciò in qualche modo vale  sia per il creatore che per il fruitore, in quanto quest’ultimo, penetrando l’opera,  in qualche modo fa suo il processo creativo, ne diventa il soggetto…

postato da Esterazy alle ore 00:43 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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Commenti
#1   24 Febbraio 2005 - 03:07
 
Verissimo ed estremamente profondo quello che hai scritto...

Mi hai stupito.





Le 4 passate...

allora

Buona Notte


+OL+
utente anonimo

#2   24 Febbraio 2005 - 10:47
 
Una volta, leggendo Amos, mi sono reso conto che aveva intuito un paradigma straordinario: l'effimera salvezza di un capretto salvato dal pastore dalla gola del leone era la connotazione della sola salvezza possibile (e non solo per Israele...). l'arte è il riscatto da tutto questo, ma proprio in quanto cerca di eludere o sconfiggere la morte ne è il suo straordinario paradigma, o l'esatta fotografia. in questa visione l'eros comunemente inteso è davvero secondario, anzi, direi quasi una trappola, a meno di non usarlo strumentalmente come un attributo dell'arte, e quindi della morte.
utente anonimo

#3   24 Febbraio 2005 - 12:05
 
OL
quel tuo "mi hai stupito " ha vibrato una piccola stilettata al mio diabolico orgoglio. Comunque grazie dell'apprezzamento.
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#4   24 Febbraio 2005 - 19:02
 
C'è un po' di "necrofilia" nella Tua analisi, indubbiamente profonda e su alcuni punti tremendamente lucida ed esatta. Però occorre anche dire che l' Arte è soprattutto amore per la vita, per i sensi, per ogni cosa materiale e anche spirituale.Nello stesso tempo è consapevolezza della caducità del tutto e della propria effimera condizione.Ci si sente allora come imprigionati in un corpo, nell'esistenza stessa, attingendo l'Arte a zona atemporali della coscienza (inspiegabili dalla ragione)e unendo ciò che non potrà mai essere unito, contraendo gli spazi e trovandone l'intima nullificazione (o immensità) nella persona stessa.In questo caso si tratta sempre e comunque di "un amore deluso", inappagato e inappagabile...tale consapevolezza che diviene sempre più profonda insieme alla solitudine che, nella difficile strada artistica è inevitabile (insieme all'incomprensione che spesso ne deriva),proprio per l'intima paura che hanno tutti di questa sensazione di nulla (o illimitato è la stessa cosa)che scontrandosi con il proprio orgoglio si trasforma (MA NONNECESSARIAMENTE E')in quelli che tu chiami "germi mortiferi". Bisognerebbe però non vivere l'Arte come esperienza individuale ma come un qualcosa di bello e profondo che c'è in tutti.farsi umili e le proprie "percezioni",senza superbia trasformarle in opere, condivisibili, amabili di per sè perchè smascheranti l'ipocrisia e il vuoto sociale (La Morte è lì, non nell'Arte). tutto qui, ho detto molto male e me ne rendo conto ciò che sentivo.... Ma occorre rifletterci un po'bene ,per non confondere i soggetti con gli oggetti e le cause con gli effetti.Ma credo queste cose tu le conosca e sai che costano dolore e fatica (che sono vita però e non Morte). Infine credo che l'Arte sia legata con il rito, l'antica magia della scoperta del valore delle cose (che è totalmente opposto a quello attribuito )sia una forma di religiosità profonda che esula da dogmi imposti (anzi spesso li smascheri)e,per questo l'unica forma di libertà possibile di unione fra Spirito e Natura.
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#5   26 Febbraio 2005 - 23:02
 
artemidoro, la prego, si astenga... ho appena vomitato nel bagno di una mia amica
utente anonimo

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