Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
lunedì, 10 dicembre 2007

AVEC LE TEMPS…
 
1. FOTOGRAFIE
 
Da tempo  - fin dall’infanzia, a quanto ricordo - le vecchie foto hanno esercitato su di me un fascino strano, inquietante. Per anni le ho ricercate e raccolte, - non dovevano superare la metà circa dello scorso secolo - spendendoci anche qualche soldino. Non di città, luoghi , oggetti, ma quasi esclusivamente di persone. E preferibilmente di persone a me totalmente sconosciute, non solo le solite foto di famiglia. Le ho cercate, trovate e raccolte, alcune ancora racchiuse nei loro album originali. Ho un album proveniente da un piccolo centro vicino a Vilnius che contiene molte fotografie riprese durante una specie di gita sociale,risalente agli inizi degli anni Trenta,  fissata in tutte le varie fasi, la partenza dei gitanti su auto dell’epoca, l’arrivo in una distesa di prati interrotti da macchie di alberi, i gruppi femminili con le fanciulle in camicetta bianca e gonna, gli uomini assorti in passatempi virili.
Poi ho innumerevoli foto di gruppi familiari, in tutte le possibile varianti di ceto e di parentela, di gerarchia familiare e di atteggiamenti, molte foto di coppie nel giorno delle nozze, molte di donne sole, spesso in posa in studi fotografici, con incredibili sfondi di cartone, o istantanee (rare) rubate  da qualche inesperto dilettante. Dapprincipio le cercavo perché mi davano emozione. C’è stato un tempo che non cercavo il perché delle cose, mi bastava il manifestarsi di un evento, di una reazione, di uno stato d’animo: per motivi miei personali, sostanzialmente per una forma di reazione alla mia origine e ambiente familiare, avevo rigettato l’assiduo chiedersi il perché delle cose, mi sembrava una specie di vizio culturale, di deplorevole retroflessione interiore (analogia fra cervello e utero?).
 Sapevo soltanto che ogni volta che guardavo una di quelle vecchie foto mi accadeva di provare una sensazione che non potevo decidere se fosse gradevole o sgradevole – il senso dell’indistinto sfumato in quello dell’inafferrabile, per cui anche concentrandomi su quelle immagini, sulle effigi di quelle persone che non esistevano più – almeno nella forma in cui apparivano nella foto – non potevo arrivare a niente che in qualche modo assomigliasse a un raggiungimento; e quei volti, quei corpi, quegli abiti, quei copricapo, quelle scarpe, pur nella loro innegabile verosimiglianza, il loro innegabile realismo di “oggetti” comuni, mi sbattevano in faccia la porta del loro inviolabile mistero, della loro sostanziale inafferrabilità.
Poi lentamente – senza accorgermene senza volerlo – ho incominciato a formulare una spiegazione alla mia passione…Sicuramente quelle immagini rappresentavano per me un medium per mettermi in contatto con la morte, o meglio con l’idea della morte, e del tempo che passa. Tutte quelle persone erano “passate”, e quindi il pensiero che anche io avrei fatto altrettanto non era poi così spaventevole. Le foto in un certo senso familiarizzavano la morte, le davano un volto, la personalizzavano. Dal terrore irragionevole passavo alla freddezza di chi sa guardare l’avversario negli occhi e riconoscerne la forza; d’altra parte i volti, ora allegri e spensierati, ora tristi e gravi, dei raffigurati mi comunicavano una quasi fanciullesca complicità. Eh sì, scompariamo, scompariamo, la morte c’inghiotte, ma siamo in tanti, tanti, tanti……
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a volte il mio pensiero si fissa sul passaggio dal momento in cui qualcosa deve ancora accadere in un futuro prossimo – da poche ore a un giorno o due – al momento in cui quel qualcosa è accaduto, cioè è ufficialmente “passato”. Con un senso di vertigine (o di panico?) non riesco a percepire la consistenza di questo passaggio, non ne percepisco i confini, l’inizio e la fine, non ne memorizzo le sequenze con il loro contenuto di “fatti” – e con ciò intendo anche impressioni, emozioni pensieri - né tantomeno riesco a scandagliarne l’essenza. So solo che prima c’è l’attesa, poi il ricordo, e mi chiedo se la mia non sia una disabilità innata a cogliere il presente.
Il segreto del tempo mi bersaglia di flash intermittenti, come in una discoteca obsoleta…
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postato da Esterazy alle ore 17:34 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
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Commenti
#1   11 Dicembre 2007 - 11:43
 
micidiale..la chiusa.da giovane holdina
utente anonimo

#2   11 Dicembre 2007 - 15:33
 
Il peggio non risultano essere tanto le immagini di quelle persone "passate"; di fantasie di questo genere ne ho conosciute moltissime, alcune proprio a cominciare dall'infanzia. Ciò che invece si rivela
infruttuoso è ciò che resta. Molte volte è quello che ci procura il panico, poichè non è davvero un granché.
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#3   12 Dicembre 2007 - 15:02
 
Un opst perfetto tranne all'ultima parola.
Usando la parola obsoleta, che è come mettere le scarpe gialle col tacco a un uomo con lo smoking, hai rovinato tutto...

Mi insegnarono infatti che eseguireun brano bene è la minima cosa da fare ma se sbagli qualcosa e fai un ottimo finale allora salvi il concerto.
La scrittura è la stessa cosa.



:-)


W
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#4   12 Dicembre 2007 - 15:50
 

...wynck, i commenti come il tuo sono veramente i migliori.La segnalazione della parola che scricchiola m'interessa, e mi fa intuire una sintonia malgré tout...
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#5   15 Dicembre 2007 - 00:04
 
forse, e anche, nel cercare tanti volti c'è il segreto desiderio di vederne uno solo... trasmutare, riconoscerlo anche solo per un istante nel mutare di forma, espressione, luogo e tempo. L'inconfessabile e punitivo desiderio di ri- pensare l'immortalità.
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#6   15 Dicembre 2007 - 16:00
 
...interessante,art.
Ci penso...
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Commenti