DONNE
Giacometta
La camicia bianca di taglio maschile aperta oltre il terzo bottone lascia intravedere la linguetta metallica di una lampo nera. Dunque porta un bustino, di quelli che si serrano davanti. Eppure non ha certo l’esigenza di comprimere le sue forme naturalmente acerbe e tuttaltro che ridondanti. E quindi il chiudersi il corpo nella stretta di una sia pur gentile armatura deve corrispondere a chissà quale ghiribizzo o capriccio della immaginazione ( o leggera devianza della colonna?)
Anche i capelli del resto sono acconciati in modo bizzarro, raccolte le ciocche brune e lustre in una specie di torchon che torreggia fra il sommo del cranio e la nuca in una pigna fusiforme arieggiante certe fogge di teste africane.
Una lascivia distratta nelle parole e nei gesti, mascherata da frasi assolutamente casuali. Ciò che conta è quello che sussurra all’orecchio segreto.
Mi mette una mano sulla spalla, la lascia un po’ lì, poi spinge il braccio intorno al collo raggiungendo l’altra spalla.
Più alta di me, si curva leggermente a parlarmi, mostrando una evidente predilezione per i colloqui a distanza ravvicinata . A cui del resto si adeguano perfettamente la sua voce afona che soffia , più che parole, buffi di alito tiepido. Percepisco un odore vagamente funereo, molto aromatico, con note di alloro e di bosso.
Ho un flash ironico di noi due riprese dall’esterno, come spesso mi capita ( la chiamo la componente registica di me) : due teste ravvicinate e intente, saldate in un semi-abbaraccio ( e l’occhio indugia fino al ralenti sulla mano dell’una che pende inerte poco sotto il collo dell’altra.)
Che si diranno “quelle”? Viziose confidenze? ( " ora che orario fai? Non ti vedo più…")
