E’ che il Pichet mica si frastornava così con quelle che non ti tiran l’onfalon se le sbirci in peplos,che non ti sputan sul pilos se ci strappi lo strofion,che insomma son pronte come il mercurio ad allagarsi il core se sganci cantiche,se ipereroghi,se impili ecloghe.Alla finfine il Pichet era un cerca-Circi di riciclo,semi-degeneri,più che compiute,già convertite,già infantasmate,già rifinite d' impasto e disimpasto, che ti s’appolpano al becco se un po’ le sgongori,che trafelan gli intrami se ci sbrini la Thule,che si glassan la psiche se per lor ti scamici,che ti copron di baci se ci fai l’occhi truci.Non c’è torto che le imbischeri,tutti i debiti rimettono,un sussurro le rinchiatta,un sospiro le ricresima,un rabbuffo le inciauscola,una lagna le rinvergina.Stan come ghiozzi al sole,con la pinna infalpalata,con la coda imbizzarrita,son sirene mai chetate che s’infilzano con niente,e il Pichet ,che è tipo pratico,le quotava nel carnet.Così fu che incanapò vedove bianche di militi in frontiera,tordelle smarrite negli agri in bonifica,odalische da cronicario,rimatrici ossesse dell’IsolaBella,concorsiste quasi-corse,parisine ribollite,cuociriso verzellone,bergamine ben stazzate,marchiafessi scalognate,colombazze romanziere,mezzemonache sui tacchi.
Ma s’umettava soltanto la strozza,con queste Cabirie in acconto.Voleva il Pichet quell’oodiosa,per spenger la sete del Moloch,che gli scombinava le notti,e i giorni gli ritribolava
