Immaginare è creare
Da tempo desideravo vedere qualcosa del regista tedesco Max Olphüls, alla fine sono riuscita a trovare il DVD di uno dei suoi film più rappresentativi : “Lettera da una sconosciuta” (1948)
Non sono rimasta delusa. Ho riconosciuto il modo tutto europeo ( e specialmente tedesco) di fondere con equilibrio l’interesse per la “storia” e la cura formale, senza cadere né nell’eccesso di contenutismo che percepisco con fastidio nel cinema americano, né tantomeno nel calligrafismo fine a se stesso. Qui lo splendore formale ( valorizzato dal B/N) si sposa felicemente con ciò che viene raccontato con esemplare rispondenza. Il tema è di quelli che mi hanno sempre sedotto e , in certo qual modo, turbato : la possibilità di una vita vissuta sul doppio binario del reale e dell’immaginario. Un amore vissuto in assenza, che al momento della realizzazione non regge l’urto del reale. Ma questo non vale solo per l’amore.
Una mediocre visione dell’immaginare attribuisce a questa attività mentale una triste connotazione di sterilità, di frustrazione, repressione, evasione dalla cosiddetta “realtà”. Eppure, ancora una volta la parola di per sé ci dice tutto. Se l’immaginazione è – come lo è secondo l’etimo – produzione d’immagini, essa ha direttamente a che fare con la creatività, che è l’unica forma di energia per cui probabilmente vale la pena vivere. Essa infatti è sempre fertile, dinamica, produttiva : e se alcuni individui geniali riescono a tradurla in “opere” che a loro volta – come in una ininterrotta catena attraverso i tempi – alimenteranno l’impulso immaginativo e creativo di altri “geni”, anche l’uomo comune può acquistare tramite essa acutezza e intensità del sentire tali che gli consentano di dare pienezza di senso anche ad eventi minimi e accidentali.
