Pecorella
La mitezza e la sottomissione spesso vengono pensate come tratti che rendono l’individuo malleabile e facilmente gestibile. D’altro conto la tenerezza è dai più associata alla dolcezza, che in genere non fa che diluirla e ridurla a una brodaglia zuccherina.
Quando lui la chiamava “pecorella” non mancava mai di avvertire però tutto il retrogusto selvatico e animale del termine. Il senso metaforico si perdeva nella renitenza (e resistenza) opaca di una natura al fondo indecifrabile , ciò di cui lui era di continuo ben consapevole.
Poteva prenderla in groppa e farla stendere sulle sue spalle,o sul suo collo,o sul suo ventre. Tastare con la mano la docile lana dei suoi ricci, grattarle la gola tiepida, raccogliere il filo di bava che a volte nel sonno colava dalla sua bocca.
Impenetrabile rimaneva l’eco interno di quell’essere, la sua percezione del mondo e di lui stesso, il diagramma causale dei suoi moti e delle sue azioni.
Rassegnato a possederla da padrone e da padrone perderla, per una scomparsa senza spiegazioni, una fuga notturna, uno smarrimento in un bosco, un accodamento a un viandante occasionale, una strage animale, una trappola, un labirinto, una catastrofe astrale.
