Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
mercoledì, 26 dicembre 2007

L'uomo e la sua scimmietta

L'uomo portava sempre con sé la sua scimmietta. Amava molto quella bestiola. La teneva su una spalla oppure seduta sul braccio piegato, come un tempo le donne portavano il loro bambino. Era quella una scimmietta intelligentissima ma ombrosa, lunatica negli affetti, ora affabile, ora intrattabile. Smancerosa fino al lezio o grifagna, torva. Spesso triste, a volte allegra in modo esagerato. Seduttrice incallita, non risparmiava vezzi e smorfie per chi le piacesse di quelli che le passavano accanto, senza però mai spiantare i suoi piedini dalle spalle poderose o dal braccio fermo del suo padrone. Tuttavia questo, per paura che lei scappasse mentre era distratto o assopito, le aveva fissato alla caviglia un robustissimo filo, collegato a una catenella che l'uomo portava al collo.

La scimmietta forse sapeva che tirando in un determinato modo avrebbe persino potuto strangolarlo; ma come liberarsi poi dal suo cadavere?




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martedì, 25 dicembre 2007

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mercoledì, 19 dicembre 2007

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giovedì, 13 dicembre 2007

(…e del resto l’irraggiungibilità non è peculiare della distanza, temporale o spaziale che sia…
Ci stiamo di fronte e gli orologi al nostro polso segnano la stessa ora; posso avvicinarmi a te tanto da vedere le piccole crepe agli angoli della tua bocca, la plica perlacea della palpebra – e ancora più vicino la quasi invisibile cicatrice sullo zigomo i pori della pelle e la geografia della barba rasata stamattina.
Posso dire di averti raggiunto?
Posso stringerti con le mie braccia, tenerti avvinto comprimendo il mio corpo contro il tuo come a volerlo penetrare.
Posso dire di averti raggiunto?
Posso mescolarmi a te in tutti i modi, immaginabili e non.
Posso dire di averti raggiunto?)
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mercoledì, 12 dicembre 2007

AVEC LE TEMPS…
 
2. GLI SCOMPARSI
 
La ricerca appassionata e ossessiva di persone scomparse attraversa diverse fasi : prima semplice desiderio di avere notizie abbastanza precise sulla loro fine ( il quando il dove il perché) attraverso le tappe successive di una sempre più ricca mèsse di particolari, riferiti da testimoni appositamente cercati e interrogati o acquisiti con l’imprevisto apporto del caso – in una specie di zoom temporale per cui si passa da un indistinto sfondo in cui le figure umane sono solo puntini al definirsi di persone dai tratti più o meno distinti – icasticamente folgorati da dettagli caratterizzanti  solo  apparentemente secondari : aveva belle gambe, camminava in un certo modo, portava la borsa sotto il braccio, lo chiamavano “il re”, ecc ecc – mentre la smania di andare sempre più a fondo diventa sempre più incalzante tanto da far superare grandi distanze, il disagio di affrontare persone sconosciute che non desiderano disseppellire il passato, il dubbio di stare facendo una cosa forse inutile o forse persino insensata –
e alla fine non c’è traguardo in questa ricerca, non c’è punto di arrivo : perché per quanto tu ti approssimi il più possibile, fino al punto in cui sai tutto quello che volevi sapere ( o credevi di voler sapere) degli scomparsi , sai la data, il quando, il come della loro morte ; hai visto la distesa erbosa – oggi tornata placida e incantevole come lo era “prima” – hai visto dove fu scavata la grande fossa (ormai segnata non più che da un lieve dislivello del terreno)  su cui fu poggiato un asse su cui venivano spinti uno alla volta quelli e quelle ( e fra essi la ragazza di sedici anni dal passo veloce) che venivano abbattuti a colpi di mitra ; hai visto il cortile con il melo contro il cui tronco furono abbattuti i due ( padre e figlia) dopo essere stati tirati fuori dal buco sotterraneo in cui stavano nascosti ; hai visto la strada che percorsero le altre due donne verso la stazione dove i carri bestiame erano già in attesa. Ora che non c’è più niente da spremere dalla memoria torturata dei pochissimi sopravvissuti o di coloro che ne ascoltarono i racconti, ora finalmente sai una cosa : che non li raggiungerai mai. 
 

 Daniel Mendelsohn

Leggendo “Gli Scomparsi”, un bellissimo libro di Daniel Mendelsohn, mi sono imbattuta in un nome ( contenuto in una lista di ebrei polacchi - o meglio galiziani ) uccisi dai nazisti. Quel nome – Juliusz Schauder , un geniale matematico – ha provocato nella mia mente una serie di flash a catena, in cui agiva non solo la mia memoria ma anche quella di mia madre che con la prima si era in un certo senso trasfusa - tanta era stata l’intensità del racconto - trasmettendole le immagini che serbava .

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martedì, 11 dicembre 2007

Elementary penguin  blogging Hare etc. (man! you should have seen them kicking...)

Lo dice il Kibédi-Varga,che è poi come se l'avesse detto il Riffaterre o il Bienveniste:

-in letteratura tutte le operazioni per soppressione ma anche per addizione "rivelano"-

il che(o la qual cosa),dunque,se  riattualizza il pensiero dell'autore sul piano dell'ethos autonomo,lo fa  svanire sul piano ecologico stretto( s'intende quello dello- scribo ergo....-),e ciò rappresenta un terribilissimo scacco,cioè a dire che  se si micragna ti decapiterà il rimorso,se ci si allarga ti sprofonderà lo sghignazzo.

Che fare?

P.Galore e  C.Chan suggeriscono di adire le ---------> Appartenenze Localizzate <---------------------------Scegliere una persona,un'epoca storica,un distretto geografico,un ambito socioculturale(professioni od altri tipi di attività umana),o rapporti naturali(tra persone dello stesso sesso,di sessi diversi,di età diverse,legate tra loro o meno),affinchè tutto ciò,operando in massa,distragga dalla tentazione del mettere o del levare.

Dandosi il tutto quanto qui dato,il linguaggio naturale avrà di nuovo il diritto(P.Imbs?)di essere:"bello in potenza",e il narrare non sarà un FARE,ma almeno,o tuttalpiu',un DIRE.

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lunedì, 10 dicembre 2007

AVEC LE TEMPS…
 
1. FOTOGRAFIE
 
Da tempo  - fin dall’infanzia, a quanto ricordo - le vecchie foto hanno esercitato su di me un fascino strano, inquietante. Per anni le ho ricercate e raccolte, - non dovevano superare la metà circa dello scorso secolo - spendendoci anche qualche soldino. Non di città, luoghi , oggetti, ma quasi esclusivamente di persone. E preferibilmente di persone a me totalmente sconosciute, non solo le solite foto di famiglia. Le ho cercate, trovate e raccolte, alcune ancora racchiuse nei loro album originali. Ho un album proveniente da un piccolo centro vicino a Vilnius che contiene molte fotografie riprese durante una specie di gita sociale,risalente agli inizi degli anni Trenta,  fissata in tutte le varie fasi, la partenza dei gitanti su auto dell’epoca, l’arrivo in una distesa di prati interrotti da macchie di alberi, i gruppi femminili con le fanciulle in camicetta bianca e gonna, gli uomini assorti in passatempi virili.
Poi ho innumerevoli foto di gruppi familiari, in tutte le possibile varianti di ceto e di parentela, di gerarchia familiare e di atteggiamenti, molte foto di coppie nel giorno delle nozze, molte di donne sole, spesso in posa in studi fotografici, con incredibili sfondi di cartone, o istantanee (rare) rubate  da qualche inesperto dilettante. Dapprincipio le cercavo perché mi davano emozione. C’è stato un tempo che non cercavo il perché delle cose, mi bastava il manifestarsi di un evento, di una reazione, di uno stato d’animo: per motivi miei personali, sostanzialmente per una forma di reazione alla mia origine e ambiente familiare, avevo rigettato l’assiduo chiedersi il perché delle cose, mi sembrava una specie di vizio culturale, di deplorevole retroflessione interiore (analogia fra cervello e utero?).
 Sapevo soltanto che ogni volta che guardavo una di quelle vecchie foto mi accadeva di provare una sensazione che non potevo decidere se fosse gradevole o sgradevole – il senso dell’indistinto sfumato in quello dell’inafferrabile, per cui anche concentrandomi su quelle immagini, sulle effigi di quelle persone che non esistevano più – almeno nella forma in cui apparivano nella foto – non potevo arrivare a niente che in qualche modo assomigliasse a un raggiungimento; e quei volti, quei corpi, quegli abiti, quei copricapo, quelle scarpe, pur nella loro innegabile verosimiglianza, il loro innegabile realismo di “oggetti” comuni, mi sbattevano in faccia la porta del loro inviolabile mistero, della loro sostanziale inafferrabilità.
Poi lentamente – senza accorgermene senza volerlo – ho incominciato a formulare una spiegazione alla mia passione…Sicuramente quelle immagini rappresentavano per me un medium per mettermi in contatto con la morte, o meglio con l’idea della morte, e del tempo che passa. Tutte quelle persone erano “passate”, e quindi il pensiero che anche io avrei fatto altrettanto non era poi così spaventevole. Le foto in un certo senso familiarizzavano la morte, le davano un volto, la personalizzavano. Dal terrore irragionevole passavo alla freddezza di chi sa guardare l’avversario negli occhi e riconoscerne la forza; d’altra parte i volti, ora allegri e spensierati, ora tristi e gravi, dei raffigurati mi comunicavano una quasi fanciullesca complicità. Eh sì, scompariamo, scompariamo, la morte c’inghiotte, ma siamo in tanti, tanti, tanti……
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a volte il mio pensiero si fissa sul passaggio dal momento in cui qualcosa deve ancora accadere in un futuro prossimo – da poche ore a un giorno o due – al momento in cui quel qualcosa è accaduto, cioè è ufficialmente “passato”. Con un senso di vertigine (o di panico?) non riesco a percepire la consistenza di questo passaggio, non ne percepisco i confini, l’inizio e la fine, non ne memorizzo le sequenze con il loro contenuto di “fatti” – e con ciò intendo anche impressioni, emozioni pensieri - né tantomeno riesco a scandagliarne l’essenza. So solo che prima c’è l’attesa, poi il ricordo, e mi chiedo se la mia non sia una disabilità innata a cogliere il presente.
Il segreto del tempo mi bersaglia di flash intermittenti, come in una discoteca obsoleta…
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giovedì, 06 dicembre 2007

 

Nella città in cui abito
 
…il dicembre ha bellissimi cieli, a cui non potrei rinunciare per tutte le nevicate da cartolina di questo mondo.
Il famoso “cilestrino” delle pale di altare di cui i dipintori del '300 serbavano gelosamente il segreto nelle botteghe "de pictura", è forse quello che più si avvicina all’incarnato soave di questa cupola che s’inarca sulle nostro teste. E oltre alla qualità del tono, il prodigioso effetto di velour che illude il tatto, tanto che nel momento in cui lo sguardo casualmente si posa su quell’azzurro si percepisce come una carezza sulla fronte, sulle gote, sulle labbra.
 E l'illusione non risparmia il gusto, per cui, abbassando per  un attimo storditi le palpebre, trangugiamo quell'inatteso sorso fresco -
elisir di bellezza, ricordo dell'eden, attesa di paradiso?

F.Khnopff

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lunedì, 03 dicembre 2007

 

PERSONAE

1.

Tanto mi piacque e mi piace ancora.
L'età avanzata è un fiore all'occhiello che ostenta con orrore e delizia.
L'età per lui è un gorgo che atterra e rende liberi.
 Lucido e indomito. Infinita umiltà e infinita superbia.
La prima espressa soprattutto mediante una implacabile autoironia.
La seconda con l'esporsi, senza pudori, spesso con un sogghigno.
Quella che in lui appare come mitezza, è una falsa mitezza. Lo vedo come un guerriero alla Sun Tzu, piuttosto. Che conduce una meditata battaglia contro una vecchiaia convenzionale - pavor e tremor, placebo, zucchero e derivati.

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