Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
lunedì, 29 ottobre 2007

Di Agnès e di Jean
 
( pseudostoria- parastoria- iperstoria- ipostoria)
 
 
Lei resa spavalda e trionfante dal dominio acquisito su quel re musone e dispeptico,

 durante le feste di corte si mostrava in abiti sfrontati ed eccentrici.   Uno dei suoi vezzi abituali era a un certo punto slacciare qualche nodo del corpetto stretto sulla vita sottilissima e lasciar guizzare fuori uno dei suoi meravigliosi seni ( il sinistro) come una donna che dovesse allattare un bambinello. Benché abituati alla visione di fioriti balconi, come del resto voleva la moda profana del tempo, i cortigiani restavano scioccati da quella asimmetrica mammella che aveva qualcosa della natura urgente e sfrenata, spudorata e innocente,di un cucciolo, di una bestiola , di un pesce dalle squame argentate ( era di un candore così assoluto da essere quasi riflettente) . I malevoli ( e soprattutto le malevole ) dicevano che la curiosa abitudine derivasse da una stortura del suo scheletro, da una gibbosità della sua spalla , o da una pendenza innaturale del suo rachitico torace, per cui nessun abito, malgrado ogni accorgimento sartoriale, poteva decentemente equilibrare quella congenita anomalia. Altri addirittura sussurravano che era solo un diversivo per distrarre l’attenzione dall’altro seno, (il destro ), sviluppato quanto una nocciola, sgradevole come un frutto rimasto acerbo e indurito in un tegumento rugoso.
Fu a una di quelle feste che il giovane artista la vide e ne fu folgorato. Appiattito contro una parete, per meglio sorreggersi sulle gambe tremanti, non riuscì per tutta la sera a distogliere lo sguardo da quel busto di donna così conturbante; e se per tutta la notte ci tenne fissi gli occhi che portava sotto la fronte, per tutta la vita ci avrebbe tenuto gli occhi della mente.
 (Del resto il suo volto

ci parla di un uomo esteriormente atteggiato in una assennata pensosità, salvo che gli occhi - bene aperti , divergenti e leggermente assenti - tradiscono la fissità di una scostumata quanto inconfessabile ossessione.)

 
Gli chiesero immagini, sacre e profane, e lui fece il suo mestiere, dipinse e alluminò, dando fondo a tutto il suo talento. Finché gli chiesero di immortalare la memoria di quella non mai dimenticata creatura dal seno ribelle, che nel frattempo, mentre lui era distratto dalla sua ascesa di artista di successo, aveva concluso a poco più di venti anni il suo folgorante percorso terreno di femmina regale.
Ipocritamente il committente chiedeva soggetti religiosi, incurante che fossero così alieni dalla identità della Bella. L’inlumineur si mise a dipingere una Vergine in trono, ma d’un tratto gli balzarono fuori dalle dita che reggevano il pennello i tratti della visione di un tempo, quella che l’aveva inchiodato alla parete della sala di corte. Ancora una volta vide sprizzare fuori dal bordo del corpetto l'incontenibile seno, più vivo di ogni morte corporale e di ogni moralistica superfetazione.
Gli angeli che aveva disposto intorno alla sacra vergine secondo la pia iconografia devozionale , di colpo diventarono rossi, di un indicibile rosso, non si sa se per sdegno, pudore oltraggiato o incoercibile eccitazione.
 
 

 
 
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sabato, 27 ottobre 2007

migrazione dal sacro(o tradizione)dell'Aquilegia cerulea ,in costanza di vocazione.

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giovedì, 25 ottobre 2007

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mercoledì, 24 ottobre 2007

                    

 

   -Le principe de tout  est un:

c'est  une vérité dont  tous les hommes qui ont fait   usage  de la  pensée ont eu le sentiment,dont personne n'a eu la connaissance-

                                   J.P.R.

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martedì, 23 ottobre 2007

 

“ io ti do la forma, e tu dammi la grazia”
 
 
 

 
M’inoltrai in quel giardino. Non so se fu un atto di volontà o un abbandono al moto delle gambe.
Non avevo mai amato quel giardino: preferivo piuttosto i giardini all’inglese, apparentemente disordinati, falsamente spontanei , in cui il selvatico è in realtà attentamente studiato.
Che cosa mi attrasse? Forse , aldilà del cancello a volute, la scansione dei ripiani, e il viale che li risaliva dispiegando un suo ritmo solenne e insieme dimesso. Sì, occorreva salire, in quel giardino, sia pure leggermente, senza che il corpo avvertisse una soverchia fatica e la mente fosse turbata dall’affanno del petto.
Sul primo ripiano, lasciati alle spalle i leoni di pietra dai nasi camusi, trovai ad attendermi Diana e Atteone. La dea , in atteggiamento altero, tendeva il braccio al magnifico cervo. Le due rampe di scale , molto piane e facili, separate da una freschissima caduta di acque, invitavano a salire. Così, continuai a salire.
Su uno dei ripiani più alti sostai davanti a una vasca monumentale, in cui la dea Anfitrite, a braccia levate, sporgeva i seni nudi da cui sgorgavano zampilli di acqua. Intorno ai bordi, quasi appoggiati ad essi, statue di giovani dei, dal pube ornato di fiori di marmo.
 
 
Da qui posso avere già una visione d’insieme del giardino ( anche se ancora parziale, dato che mi manca l’altra faccia della luna).
Scorgo sulla destra la macchia scura del labirinto; non ne scorgo il tracciato interno, in cui sicuramente starà penando qualcuno, solo le alte siepi perimetrali in bosso. Vedo anche la torretta che gli sorge accanto, fatta apposta per permettere a un Privilegiato di osservare le peripezie e i vani tentativi dei prigionieri.
Ora capisco infine che il giardino italiano è una metafora dell’Io : c’è una parte dichiaratamente scenografica, la cui grandezza è appunto nella ostentazione di teatralità, una esaltazione consapevole della dispositio; ma non manca il giardino segreto, con i suoi simboli espliciti – il labirinto, la grotta.
 All’ultimo ripiano le due ali della scalinata si riuniscono in una sola : la scala dei nani. Sotto i grandi turbanti turcheschi le figure di pietra spalancano occhi glauchi e arricciano labbra sensuali. Ognuno di essi porta un utensile o un oggetto legato alla sua mansione : la lampada, la chiave, il libro, il corno. Alla sommità della scala dei nani la grande insegna di ferro battuto e terracotta dipinta inalbera la sirena e il drago, che sovrastano il giardino d’inverno. Mi piace che ciò che conduce alle ombre del pomario abbia a che fare con il fuori-norma, la sottile lascivia del monstrum.
 
 
“A’ la fenêtre paraît une jolie tête rouge…”

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domenica, 21 ottobre 2007

 KLEZMERATA FIORENTINA

Igor Polesitsky Violin

Riccardo Crocilla Clarinet

Francesco Furlanich Accordion

Riccardo Donati Double Bass

http://www.youtube.com/watch?v=VQzAE4UFvr0

http://www.youtube.com/watch?v=_Iu2oi93QEw

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sabato, 20 ottobre 2007

 Tre tempi di prosodia-------> ascoltando Hymnen  di Karlheinz Stockhausen.

R.1)Quel giorno Auetto il Pio  s’alzò di buonora ,che aveva affari con certi Orientali per commerci di drappi,damaschi,selle e falpalà.Pieno sole splendeva a Samo,sicchè lasciò la via di  sempre,che divagava  tra umidi muri alti e posterle  buffanti gran fortori,e si tenne sulla piccola corniche,tutta esposta a un mar di luce .

E tanto godeva nell’andare,a contar cetonie sugli steli ed a guardar nell’aria l’elitre d’acacie,che quasi gli sfuggì quel tipo strano,che ristava disteso, eppur sembrava che pendesse,appeso.

Era colui  un umano,dalla cintola in su tutto formato,ma con  unica gamba e un grande piede,che teneva a martello sopra il capo, per dar ombra al viso ed al costato.

Auetto ricordò che già lo vide,su un  portaccion di Chiesa, figurato(Sens?Hereford?Sainte Parize Allato) ma che,per quanto avesse allora ben guardato, qualcosa di sicuro  era sfuggito.

R.2)S’avvicinò,si presentò,salutò e domandò:

-Signore,a quel che vedo,siete retrorchide: forse che sbaglio?-

Quegli s’offese .

R.3)-Auetto,oh insipiente ! Io son lo Sciapode,e dunque son  monorchide!.Son gli Arimaspi che ce li hanno al retro,per proteggerli dalle ugne del Gipeto-

-Orbene,dico, -replicò Auetto-  dunque sono l'Antipodi ,i soli  ad esser  atti?-

Lo sciapode si strinse nelle spalle,che gli pareva futile il ragionar di Auetto,però  rispose:

-Forse mi credi inabile  perche’ t’appaio mùtilo?E allora gli Epistigi, che non han capo ne’ collo,a petto di un Diprosopo son forse derelitti?Il tuo pensiero e’ debole,se avanzi delle remore  sol perche’ conti  UN femore.Ciò che fu lesinato,mi venne indennizzato.Per me fu ripartita,su due livelli attigui,la conoscenza intera,a che tenessi scissi l’utile e il santuario,e dunque posso dirti che poco o  nulla conta quel che tu annetti al Soma:e’ in Interiore Homine  che troverai il Discrimine-

Auetto fu ammirato da tanto acuto spirito,ma per capire meglio approfondi’ il quesito.

_Ràbano Mauro dice  che- è per giudizio sùpero,che i topi son quadrupedi,e ciò per darsi al ballo-dunque lo predispose Iddio quel  che in natura e’ in atto!

-Costui non solo è insipido,si disse, costernato, lo sciapode allibito-è pure mentecatto! Scambia un destin relatus  con un portato innatus! Val ben  che non gli dica che il topo vien post-fatto,sennò fà presto a credere che n’abbia colpa  il gatto. Meglio che io m’appisoli,sennò con questo gnucco,si rischia di far notte,da quanto allunga il succo -

Ed al pensier lo sciapode  fece seguire il fatto.

L'Auetto si stupì,e quindi  lo scrollò,eppoi lo vellicò, ma quell'ignoto sciapode  nemmeno si spostò.

-Vedi !-disse tra se’-chi l' ha stecchito !quel sol pensier sui topi che ho citato!!van riconsiderati,allora ,quei vispi  totemini ,tanto è diffuso in essi il soffio da Dio dato.

E lasciato quel sofista al suo destino,lieto si riavviò,placato.

 

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mercoledì, 17 ottobre 2007

Hortense  complica  il tema. 

(Theft by water?)

 

  - Costumavo tutte le mattine di recarmi al bagno galleggiante di  Rima,posto tra il giardinetto  di palazzo R. e la punta della D.Avevo preso per un'ora,dalle 7 alle 8,una "Sirena",cioè una delle due vasche per donne,grande quanto bastava per nuotarvi qualche poco, e la mia cameriera veniva a spogliarmi e a vestirmi;ma, siccome nessun altro poteva entrare,così non mi davo la briga di mettermi l'abito da bagno.

La vasca ,chiusa intorno da pareti di legno e coperta da una tela cenerognola a larghe zone rosse,aveva il fondo di assi accomodato a tale profondità sott'acqua che alle signore di piccola statura rimanesse fuori  la testa .Nuotavo quant'era lunga la Sirena;battevo l'acqua con le mani aperte;mi sdraiavo supina lasciando che si bagnassero i miei lunghi capelli;spruzzavo la cameriera,che fuggiva lontana, ridevo come una bimba.

Una mattina udii fuori come un rumore di persona,la quale nuotasse rapidamente.L'acqua si agitò e da uno dei larghi fori tra il suolo e le pareti entrò improvvisamente nella Sirena un uomo.Non gridai,non ebbi paura.Mi parve fatto di marmo,tanto era candido e bello;ma il suo ampio torace si agitava per il respiro profondo,e i suoi occhi  brillavano,e dai capelli cadevano le gocciole come pioggia di lucenti perle.Ritto in piedi,mezzo velato dall'acqua ancora tremolante,alzò le braccia muscolose e morbide:pareva che ringraziasse i Numi e dicesse:-Finalmente- .

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lunedì, 15 ottobre 2007

 

16   0 t t o b r e

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lunedì, 15 ottobre 2007

SEDUCERE
 
Ho notato spesso che tutto ciò che a che fare con il sedurre è connotato da una venatura moralistica, e chi seduce è guardato con diffidenza. Eppure la parola stessa , con il suo significato originario di condurre a sé, mette in luce piuttosto un atteggiamento d’interesse verso l’esterno da sé, una disposizione all’ “altro” che perlomeno garantisce lo scampo dal cerchio chiuso dell’egotismo più tetro e tristamente autosufficiente. Perché attribuire per forza a chi voglia sedurre una nascosta brama di potere sul suo prossimo, una volontà di dominio e di strumentalizzazione? Sedurre può essere semplicemente il moto spontaneo e vitale di un corpo e di una mente che si protendono verso l’altro, anzitutto per un primario bisogno di espressione di sé e , in secondo luogo, alla ricerca di un proprio simile. Voler sedurre è, quantomeno, avere voglia di un altro.
E’ vero anche che il termine “sedurre” comprende tutto un ventaglio  di manifestazioni e di livelli di cui i più bassi e pedestri non mi sentirei di avallare. Per quanto anche nella comune “civetteria” esistono forme d’innegabile grazia, e direi quasi d’innocenza, fra l’animale e l’umano; quel che più dà noia nella civetteria non è tanto la volontà, più o meno conscia in chi la pratica, di se-ducere, quanto il rinunciare a esprimere questa fondamentale pulsione dell’individuo in forme proprie, personali, originali, invece di adeguarsi piattamente a uno stereotipo socialmente consacrato. Senza capire che quanto più riconoscibile abusato standardizzato conclamato è il modello, tanto meno la seduzione opera.
Ma tornando a forme più alte di seduzione, io vorrei assimilarla a una specie di radar che , nel gran caos degli scambi interrelazionali, venga usato per individuare la corda che risponda alle proprie vibrazioni. Mi viene in mente la poesia di Montale che parlava di un’ultima cosa che resta nella caligine e nel pantano, quello sfregare un cerino…attivare un sia pur modesto barlume, in tanta melma, in tanta nebbia, alla ricerca di una risposta, di un contatto.
 
NB. …tutti vogliamo sedurre o essere sedotti. Il discrimine è fra chi ci riesce e chi no.
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