Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
mercoledì, 28 febbraio 2007

 

Nel sogno avevo un segreto, per cui dovevo andare, fuggire, lasciare il progetto accattivante, il calore di gente amica, forse l'amore.

Quanti sogni così, anche se con varianti innumerevoli.

Ora qualcuno m'insegue, m'insegue, m'insegue, fino alla soglia del Segreto; l'io Vigile che assiste al sogno come spettatore spera sempre che  l'inseguitore mi raggiunga, mi chieda ragione, mi forzi a spiegare. E così alla fine si sveli il Segreto. Il segreto che nessuno conosce, neppure lo spettatore.

Altre volte invece lascio dietro di me solo muto stupore, sconcerto, perplessità, incomprensione, freddezza, ostilità.

Sono sempre figure femminili quelle che dicono : lasciatela andare.

E magari aggiungono : che s'impicchi.

 

 

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lunedì, 26 febbraio 2007

 Eis, Eden

Es ist ein Land Verloren,
da wächst  ein Mond  im Ried,
und das mit uns erfroren,
es glüt umher und sieth.

Es sieht, denn es hat Augen,
die helle Erden sind.
Die Nacht, die Nacht, die Laugen.
Es sieht, das Augenkind.

Es sieht, es sieht, wir sehen,
ich sehe dich, du siehst.
Das Eis wird Auferstehen,
eh sich die Stunde schliesst.

                                                                           p.c

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giovedì, 22 febbraio 2007

Saint Sébastien
Si metteva contro la parete e alzava le braccia sopra la testa a formare un arco allungato. Piegava leggermente – decidere quanto leggermente era un’operazione di alta precisione che richiedeva un’assoluta concentrazione mentale e il meglio del suo senso spaziale – il collo a destra, in modo che la punta del naso formasse una perfetta diagonale con il capezzolo sinistro : particolare indispensabile a determinare la sottesa armonia che solleticava l’estro estetico e provocava la motilità cordis del Contemplante. I capelli si agitavano liberamente nel momento in cui li lasciava cadere sul collo e poi fluivano piano, come neve al rallentatore, adagiandosi nella loro nicchia naturale fra l’orecchio e la clavicola. Una volta posatisi, nessun soffio doveva più muoverli : come cenere, come piumaggio, rimanevano immoti nel loro nido.
Gli occhi sentivano su di sé il peso delle palpebre, lo sguardo lottava per scavalcare la vellutata saracinesca, ma così forte così forte era la tentazione di lasciarsi coprire, del tutto.
 
Ma non poteva rinunciare a VEDERE, sia pure attraverso una fessura, rinunciare a guardarlo nel momento in cui Lui avrebbe scagliato la prima freccia.
 
 

 
                          Pierre Biardeau,Saint Sébastien,Laval, Eglise Saint-Vénérand, 1647
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giovedì, 22 febbraio 2007

 

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giovedì, 15 febbraio 2007

IL ROSA TIEPOLO : il Vecchio e la Fanciulla

Né si può tacere di un altro tema assai seducente , uno dei motivi ricorrenti nella grandiosa scenografia tiepolesca, questo teatro dei teatri, che alla fin fine suona persino come una ben celata ma consistente irrisione per quelli che credono nella realtà di ciò che chiamano reale.( la cosiddetta realtà “ non è che la prima delle credenze”)
C’è una coppia mitica, una coppia principesca, una coppia eterna : il Vecchio e la Fanciulla.
Sui soffitti delle sale reali, sulle carte pregiate delle incisioni, sulle piccole tele inaspettate della tarda età del pittore, compare e ricompare questo magnifico duo che racchiude in sé tutte le contraddizioni della carne e dello spirito . Lui è un vecchio prestante e vigoroso, il cui corpo non nasconde tuttavia i segni dell’età e sulla cui schiena si ergono – o a volte giacciono in riposo con pesante languore – due poderose ali – prodigioso, immemorabile, fascinoso arto dell’Essere antropozoico . Lei è una fanciulla in fiore, erta sulle anche, i seni piccoli e ben formati esposti con noncuranza, le gambe verginali ma forti come spesso quelle delle adolescenti.
 I due sono in varii modi intrecciati e avviluppati in positure   più o meno sensuali : in una di esse – travolgente - il vecchio a cavalcioni della sua ruota protende le mani leggermente rapaci a cingere una Core-lolita dal visetto slavato riversa fra le ginocchia di lui, in un’altra   la mano di lei è tesa senza parere fra le cosce di lui . Non si guardano mai, il loro eros non conosce il circuito dello sguardo palpitante, degli occhi-negli-occhi di stampo romantico. Sono i loro corpi e le loro posture che rappresentano ed esprimono il loro vincolo, il loro legame indissolubile.
Chi sono ? l’identità dell’uomo è sicura . Lui è il Tempo, l’iconologia non mente. Il vecchio possente dalle grandi ali non può essere che lui, Kronos, signore del rapido e del lento, dell’ozio e della fuga, dell’istante e dell’eterno, il “ Vecchio dalla sinistra melanconia che racchiude in sé il sapere su numerus,mensura, pondus e il potere della rovina e della spoliazione”.
 Lei può essere Core o Proserpina, oppure Verità, o una Ninfa, o addirittura Venezia, ma in tutti i casi è sempre e comunque Venere.
Venere e Tempo : che hanno in comune ? Apparentemente niente, anzi sembrano essere contraddittori, l’uno nemico dell’altro. Invece no. Fra lo splendore della forma effimera, della bellezza, dell’eros , e la forza che li corrompe e li dissolve non può che esserci una COMPLICITA’ unica, un abbraccio eterno.
Nemici, amanti, padre e figlia, alleati:
“…ogni possibilità confluisce nell’altra, in un moto circolare e ininterrotto,….in un nodo erotico che stringe l’abissalità saturnina e lo smalto afroditico, come se queste due segnature sussistessero ciascuna in funzione dell’altra e grazie alla complicità dell’altra. Tempo e Venere sono nemici solo in quanto amanti perenni. Nel loro cielo fisico e metafisico, non si scontrano…anzi si esaltano,”
 

 
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martedì, 13 febbraio 2007

      

                 esprit de finesse

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martedì, 13 febbraio 2007

Pataffio  4.

Un  tale ,(che qui chiameremo Phi)

chiede a un talaltro(che qui chiameremo  Hi),

 di scrivere qualcosa di proprio(di suo,intende,di suo  di Hi).

  E  Hi si domanda:checcosa vorrà da me il Phi?

 Una panoplietta per  sapere su che cosa investo la libido?

sapere se per caso ho me stesso come oggetto d’amore prima di tutti l’altri oggetti?

se m’offusco sul piano economico degli affetti  per sfolgorare su quello topico?

 Se i derivati del mio inconscio han resistito alla ablazione e mi ritornano come formazioni di compromesso?

 O se  l’afflussi d’eccitazione io li distacchi  perche’ son dati di struttura  che mi disimpegnano dal lavoro di lutto?

Hi,che non si cava di testa il sospetto che  Phi lo ritenga

inetto ad abreagire in modo frazionato all’inibizione,al sintomo e al pulsionale , di gran carriera  vappensare che Phi non abbia tendenza alla scarica  assoluta,non mire sul simbolo mnestico di primo piano,non opzioni cruciali  sull’emanazione coatta,MA,come dice  il  F.

“che cio’ che gli e’ rimasto non capito gli ritorna sempre,come un’anima in pena,e non ha pace finche’ non ottiene  soluzione e liberazione”

 E,considerando la richiesta del Phi  reclamata dal  concertus dei principi di Lust,di Trieb e di Bindung,non puo’ che (come si fa in partita doppia) raccomandare una  anaclisi  su pratiche antiperturbanti :

"Gelare i  labbri al bacio della fine;"

"rischiare&raschiare la ragg(i)era dei nervi sensitiva;"

"volare a configgersi  nel sogno che scalpita",

e scavallar cosi’ nell’astinenza l'astringenza  d’ogni arida paura".

(che poi e’ come dirgli,al Phi:"se la mia barca e’ meno carta della tua, tocca  a me  di macularla d’inchiostri evanescenti,di armarla di smussati ,deludenti e vecchi rostri?: io mica  temo cio’ che temi tu:lunghe radici e frasche ha la sventura,tu non lo dici,ma io so che già t' usura")

 

(per gli indotti:Hi e’ un ragioniere,con panpsichismi da contatto:serve saperlo)

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lunedì, 12 febbraio 2007

Il rosa TiepoIo : il morso e lo sguardo

A un certo punto de “Il rosa Tiepolo”, Calasso – apparentemente in modo un po’ divagatorio come a volte accade nei suoi libri, ciò che è d’altra parte uno dei fascini della sua scrittura – parla di un episodio della Bibbia avvenuto durante l’Esodo. Gli Ebrei attraversavano il deserto e sempre più mormoravano contro Mosè e contro Elohim per i disagi che dovevano sostenere. Finché Elohim, da par suo, si arrabbiò e mandò contro il suo popolo serpenti ardenti che uccisero molti. Mosè intercesse per loro e Javhè disse: prendi un bastone e sopra mettici un serpente di bronzo. Chi sarà morso, se guarderà il serpente di bronzo si salverà. E così fu.
Su questo episodio enigmatico, Calasso innesta una riflessione molto acuta su oggetto, immagine dell’oggetto e fruitore dell’immagine. Il concetto chiave è : la cosa avvelena chi attinge, l’immagine della cosa lo salva. Il serpente reale avvelena e uccide colui che è morso, ma il serpente di bronzo (l’immagine dell’oggetto), innalzato sul bastone, cioè mostrato e reso percepibile anche a distanza, è salvifico.
Non tutti gli Ebrei nel deserto furono salvati. Ma soltanto coloro che erano stati morsi e guardarono il serpente di bronzo. E’ questo il rapporto ultimo, più profondo, fra veleno e immagine. L’immagine può salvare soltanto chi è stato già avvelenato. Essenziale è però il distacco, il passaggio alla figura, la capacità di allontanare lo sguardo dal serpente che striscia e morde e fissarlo sul serpente metallico, brandito in aria. In questo distacco è implicita la morte.”
(R.Calasso, Il rosa Tiepolo, Adelphi, pag.179)

Mi sono chiesta che cosa distingua i due tipi di approccio : il morso e lo sguardo. Indubbiamente ciò che li differenzia è la distanza. Il sesso è morso, l’arte è sguardo


 

 

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giovedì, 08 febbraio 2007

Pata3.

 

L'eclat d'un feu follet selon un faune faux-sorcier.

 

 

A  lungo ha navigato mar piccoli e mar grandi,e se isolotti emergean a fior d'onda ,sempre ha colto,anche se raro,l'uccello intento a preda sovressi,e la scorpena che eludeva gli implacabili visceri  col guizzo reprobo del corpo suo scellerato.

E le rive  ha tenuto in sospetto:là si trovan tutti gli amanti che raggiunse la morte rapace(e talvolta meretrix),mai vinta dal sonno,mai disusa al faticoso pennecchio,mai incerta nel trarre  i lunghi stami dalla conocchia piena.

 

E come se avesse legate le braccia  con carezzevole nodo,ha lasciato al timone trivalvato di traguardar il cammino,lontano dalla tiepida acqua  che a sera  prepara la donna dalle tempie febbrili e dalle bianche spalle ornate di molli corimbi,a colui  che  torna fiaccato  dal bidente e/o dal vomere.

 

Egli ancora  vuol sbalzare dal cielo gli Dei,strappare le tenui vesti alle fanciulle,scompigliar loro l'intimo dono acconciato,e dimenticare l'ispida barba  che offende l'amplesso,e far traboccar frutti  dai grembi  che ancor vibrano ai timpani  della Tebe dircea,e percolare dalle bassariche chiome la essenza che  cancella i lividi che l'amore lascia col morso dei denti.

 

E' nel vino,Egli dice,(che i marinai Eusini,nel loro curvo aspetto di delfini balzati nel gorgo ,fa rauchi come cembali per danze dell'Ida) il rimedio agli affanni,e la vita che resta  vuol vivere per le corna di Bacco,e che l'alta erba crescente  sia letto nativo e non sia colpa vedere nude le Dee.

 

E non si curerà dei portici incendiati di Ragusa,della  adunca verga della ruota che gira a Leros:ancora vorrà cacciare  con la pania e con i cani(chi ama batte un cieco cammino) e nessuna felce o edera elicoide in cime caucasiche raccolta ingannera' le orecchie da Lui stesso straziate per accusarsi d'inerzia,quasi  fosse  stata la lacrima versata complice del Suo indugio.

E se la Sua Nemesi lo guarderà con volto placido,e allenterà la catena  che opprime l'urna  che alle donne è sterile condanna, e ricucirà l'otre dei disinganni sgranando la voce dei rospi foschi nel padule

                                                                      NON

  il buio lo accoglierà sul ciglio delle forre  ove lingueggia il dilavato segno  ( igasurico all'intertrigine)

                                                                        MA

sarà l'ospite nuovo  di Paranumi ondisonanti.

E dove l'istmo  come un cataletto  stante separa  l'uno dall'altro mare interrompera' la  enervante  vicenda dei remi e legherà all'albero  vele non piu' presaghe.

  (Pro-Ti-fan)                                                               

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mercoledì, 07 febbraio 2007

ROSA TIEPOLO

Nell’Umor Nero – petrigno intrattabile ingestibile inavvicinabile – si stempera la manna di un libro che leggo con centellinata delizia.
 

 
 
…basti per ora una pagina memorabile:
 
La passeggiata sotto la pioggia di Giandomenico Tiepolo è un accordo sospeso,lieve, eppure naconde una punta vulnerante. Sette personaggi, visti di spalle, camminano tranquillamente sotto una pioggia che non si vede. Ma sta veramente piovendo? Ci sono tre ombrelli e uno dei personaggi si copre la testa con un panno, però al tempo stesso dalle figure si distaccano ombre nette. Quindi c’è il sole. Gli ombrelli proteggono dalla pioggia o dal sole? Non si può dire con sicurezza. Colpisce il silenzio, la solitudine dei personaggi. Stanno vicini, vanno nella stessa direzione – e si ignorano. Il movimento è lento, quasi inavvertito. I due personaggi alle estremità sono pressoché fermi. Dove stanno andando? Sul fondo s’intravedono un lieve pendio e una macchia di alberi. Uccelli vagano nel cielo. L’abbigliamento dei personaggi è cittadino, curato. C’è anche un dignitoso Pulcinella. Vagamente buffo è il personaggio all’estrema sinistra, che si è coperto la testa. Ma l’insieme non ha nulla di pittoresco. Regna una tacita armonia nella totale estraneità fra i personaggi, come se uno stesso motivo li avesse fatti convergere in quel punto dello spazio, in quell’istante. Il perfetto rovescio della loro immagine è quello della Grande Marcia, schernita da Kundera. Promossa dagli Homais del diciannovesimo secolo, ha continuando a procedere per tutto il ventesimo, ingrossando le file. Qui invece ciascuno esiste per sé, anche il gruppo familiare al centro, con l’uomo che dà il braccio alla donna e la mano al bambino. Nessuno ha fretta – e tutti vanno verso la stessa meta, che forse è la morte."
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