Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
venerdì, 29 dicembre 2006

 

Doppelgänger

Credo che in ogni evento-azione della nostra vita non manchi mai - a nostra insaputa o meno- una punta di rappresentazione, verso gli altri e verso se stessi. In realtà è ciò che probabilmente resta archiviato nella memoria, e che chiamiamo ricordo :l'oggetto di questo sguardo che , sdoppiandoci, gettiamo su noi stessi mentre viviamo le scene di questa spettacolare vita.  Ché - se non ci fosse questa ombra di distanza da cui CI osserviamo - tutto rimarrebbe sommerso nello scialo naufragico dell'esistere.
Come un abile fotografo cerchiamo l'inquadratura, scartando una infinità di punti di vista possibili, circoscrivendo e incorniciando una piccola porzione di uno spazio sconfinato e inafferrabile, il cui focus è in continua erratica navigazione.

- Vedi, sei quella! - sussurra il regista alle mie spalle . Ironico? pietoso? amorevole? crudele?
E, alla distanza, l'esitante muoversi sulla scena di un'attrice che non conosce il copione - o che, per una inspiegabile défaillance - ne recita uno diverso da quello previsto,di cui a malapena sa balbettare le battute - sarà tutto ciò che riuscirò a sapere della mia vita.

P.S. E' terribile e insieme straordinario che la consapevolezza del vivere venga DOPO.
E se questo vale non solo per le linee che separano le fasi della vita, ma anche per il confine vita/morte, allora è legittimo pensare che aldilà di esso, la CHIARITA' sarà assoluta.

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mercoledì, 27 dicembre 2006

Recita di Natale.

(Si apra il sipario)


Aria  pervinca, sole
di antico cotto toscano -
terra di terra
cielo di velluto.
- Non mi lasciare, sai,
non mi lasciare mai.
Mio gavitello, mia vela,
mia gomena.
Mia pennuta, mio falco,
mia poiana.
Mio cardo, mio rovo,
erba borrana. -

Scenografia perfetta,
immacolata la regia,
superbo il Primattore,
con le sue tempie stanche
di navigato amante.
Una Comparsa bruna
farà sicuramente strada.
Gli occhi lucenti radiavano
di stelle.
La musica, celeste:
scoperchiava il soffitto
e abbatteva i muri.
Volava così in alto
che l'anima spirò.

Molti gli applausi infine,
e l'Autore fu chiamato al proscenio.
Ma non si presentò.

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martedì, 26 dicembre 2006

Nascita della poesia

Purifica il tuo corpo e scegliti un luogo solitario dove nessuno ascolta la tua voce...
se puoi fallo di giorno, ma meglio se lo compi durante la notte
bada a distogliere tutti i tuoi pensieri dalle vanità di questo mondo...
netta le tue vesti e se possibile esse siano bianche
se è notte accendi molte luci perché sia chiaro e poi prendi penna inchiostro e tavola in mano
poi comincia a comporre insieme poche o molte lettere, a presentarle, a muoverle tra loro sinché il tuo cuore si riscaldi, e presta attenzione ai loro movimenti e a tutto ciò che può risultarne per te
e quando senti che il tuo cuore è già fatto caldo
e vedi che per mezo della composizione delle lettere e delle parole comprendi più cose che non potresti conoscere da tradizione umana o da te stesso
allora rivolgi tutti i tuoi veri pensieri a rappresentarti nel tuo cuore il Nome...
e dopo rivolgi il tuo animo a capire tutte le cose che verranno nel tuo cuore per mezzo delle lettere immaginate
e rifletti su di esse nell'insieme e in tutte le loro particolarità come uno al quale si racconta un sogno o una parabola, o che medita su un profondo problema in un libro scientifico
e cerca d'interpretare ciò che sentirai così che vada d'accordo tutto quanto è possibile con la tua ragione
e tutto ciò che accadrà dopo che avrai buttato via la tavola e la penna, o che esse
ti saranno cadute da sé per l'ansietà del tuo pensiero, sappi che quanto più forte sarà su di te l'influsso intellettuale dall'alto, tanto più deboli saranno le tue membra...
tutto il tuo corpo sarà preso da un forte tremito perché la tua anima a causa della sovrabbondanza della gioia per la raggiunta conoscenza, si separerà dal corpo...
e sii in questo momento pronto a scegliere coscientemente la morte, e allora saprai che sei andato tanto lontano...

ispirato a Abraham Abulafia)

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sabato, 23 dicembre 2006

Natale 2006
 
Finalmente sola, mi vien da dire. Fuggita ancora una volta dalle giravolte insensate, dagli andirivieni coatti al repechage di rapporti persi, dall’alitare incredulo su legami lenti, su lucignoli lacrimosi di candele sul punto di spengersi.
Nell’ovatta di una mezza montagna, in cui la natura di per sé di una bellezza poco amabile, spoglia, spinosa , dimessa, rigetta perfin l’idea di effervescenze luminose, e la vince sugli sparuti orpelli che, anche qua, qualche casetta o giardinetto inalbera.
Fuggita lasciando in pegno a chi interessa la mia frase fatidica : chi mi ama mi segua. E mi si deve amare molto.
Alla prova del silenzio, del disadorno, dell’anti-celebrativo, dei giorni brevi e delle notti dense.
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venerdì, 22 dicembre 2006

 

DELLA UTILITA’ DEGLI OGGETTI
 
Sono sempre stata affascinata dagli oggetti , utili e inutili, belli e brutti, che sono appartenuti a una singola persona, oggetti quindi strettamente personali, a volte intimi . Quello che mi attrae in essi indubbiamente è legato alla percezione della loro “durata”, al fatto che essi sopravvivono – e anche di molto, spesso di moltissimo, a coloro ai quali sono appartenuti. Magari, dopo la scomparsa di chi li usava, cessano di essere utili, finiscono in un angolo, in fondo a un cassetto, cadono in disuso. Per cui ci si accorge in fondo che la classificazione utile/inutile è del tutto relativa, legata a una contingenza, a una fase temporale.
Ho intuito la limitatezza umana assai precocemente, scorgendo in un angolo della stanza le scarpe di una persona morta nella notte. Erano assolutamente le stesse scarpe, indossate da lei il giorno prima, con i lacci ricadenti in quel preciso modo che lei li aveva allentati.
Imperturbabili. Niente più di quelle scarpe materializzò la sua morte.
 
Niente ricorda i morti come le loro scarpe, che , immobili sul pavimento, o su una mensola, o in un armadio, così come sono state lasciate, aspettano, immemori e imprevidenti, di essere di nuovo calzate
 
Da allora, le volte in cui nella vita mi ha toccato da vicino o mi ha sfiorato a una certa distanza la morte di una persona, mi è capitato sempre, con una ricorrenza che mi è sembrata straordinaria, di vedere nelle ore o nei giorni immediatamente seguenti, le sue scarpe. E quelle scarpe – o ciabatte – immobili, allineate, ignare, mi sono sembrate certamente più parlanti dello stesso cadavere.
L’utile, il necessario, nella prospettiva di una durata che va oltre la vita umana, si confondono con il futile, il marginale, l’insignificante : il pettine con lo specchio la collana il fermasoldi la spilla da cravatta il corno da scarpe il bocchino la fede…da almeno 200 anni stanno là in quella ciotola su un vecchio cassettone.
E durano, durano. Continuano a durare.
 Intanto sono passate almeno 6 generazioni di uomini.

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lunedì, 18 dicembre 2006

 

                                ONNY SOIT QUI MAL Y PENSE

" - C'è in ogni uomo un fondo incomunicabile- diceva mio fratello Pierre Klossowski. Qualcosa che non appartiene ai codici normativi del sociale, che non può assimilarsi ad essi, e rende l'io assolutamente singolare e unico. Nemmeno noi stessi possiamo sperare di raggiungere quel fondo vertiginoso, identico a quello che Meister Eckhart, uno dei miei autori prediletti, definisce il fondo abissale. Ecco perché , ad esempio, ricuso completamente le interpretazioni erotiche che molti dei critici e molte persone danno di solito dei miei quadri. Non è rispetto a una visione erotica in cui sarei voyeur e in cui svelerei addirittura a mia insaputa (soprattutto a mia insaputa) alcune tendenze inconfessabili e maniache, che ho potuto realizzare la mia produzione di quadri e disegni in cui abbondano tante fanciulle svestite,ma rispetto a una realtà profonda, avventurosa, imprevedibile  e illeggibile che potrebbe infine liberarsi rivelando allora la sua natura favolosa, la sua dimensione mitologica, un mondo onirico che confesserebbe i suoi meccanismi."

[ tratto dalle Mémoires de Balthus, da me letto in questi "affaticanti giorni", con tonificante letizia]

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sabato, 16 dicembre 2006

Gemo in un punto e fremo:

fosco mi sembra il giorno;

ho cento affanni intorno;

ho mille furie in sen.

Con la sanguigna face

m'arde Megera il petto;

m'empie ogni vena Aletto

del freddo suo velen.     

Per chi si trovi in uno di quegli stati  di collera impotente, caratterizzato da una impressione di strangolamento e tale da far comprendere concretamente il significato della espressione "raptus omicida" ( nei confronti di altri o anche di se stessi) - stato più frequente di quanto non sembri negli apparentemente Imperturbabili o Gelidi - consiglio vivamente l'ascolto taumaturgico di uno splendido brano di Vivaldi, il cui testo drammaticissimo,paradossalmente espresso nel tempo musicale dell'Allegro, produce lo sgorgo catartico e il filtraggio di torbide passioni, avviandole a un risanante  senso di pervasiva e intoccabile vitalità.

   A.Vivaldi, Gemo in un punto e fremo, Aria da L'olimpiade, su libretto di P.Metastasio, 1734

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venerdì, 15 dicembre 2006

Cercando Dolores
Quel giorno a Treia piovigginava. La persona che era con me era  seccata, annoiata, con una punta d’insopportabile condiscendenza per quello che considerava un mio capriccio. Sono il tipo capace di “allungare” un percorso di non importa quanti chilometri à la recherche dei luoghi di un autore amato, una casa, una via, uno sfondo. Respirare la “sua” aria, strappare alle pietre di un selciato o alla facciata di un edificio l’emozione di una intimità rubata, di una comunione diversa da quella consumata fra le pagine.
A Treia ( ma prima si scriveva, molto più fascinosamente, Treja) cercavo Dolores, autrice di un libro magico, rivelatomi da una donna anche lei speciale,che aveva qualcosa della fattucchiera e della evocatrice, donna sapiente dalle nivee chiome e dallo sguardo vago, perduto, e insieme acuto, penetrante, con scintille di strega.
Piovigginava instancabilmente, e la cittadina, nell’ora di pranzo e primo pomeriggio, era deserta.
“ Non c’è niente da vedere…Si va?”
Niente da vedere ? Il piccolo centro serbava magici squarci nella tela dell’ovvio, del previsto, del consueto.
 Se non altro quel color “crosta di pane” così omogeneo - pur nelle sue leggerissime varianti di tonalità – da sembrare scenografico. Alcuni scorci di saliscendi, i piani delle case sfalsati fra il davanti e il dietro. Una finestra sbieca con persiane del vecchio tipo e una tendina semi sollevata. E poi dovunque, nell’aria forse, il respiro della lentezza, lo stupore di uno sguardo che assapora le cose, la memoria che si fa percezione, annullando le stratificazione successive che chiamiamo tempo.

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mercoledì, 13 dicembre 2006

Trio per violino, violoncello, oboe.

 L’una disse :
lasciami la sua mente. Voglio solo quella. Tu non potrai mai esserci dentro, né capire fino in fondo cosa contenga. Ti mancano gli strumenti, la sensibilità, il codice. Di essa percepisci solo quelle piccole onde superficiali che increstano il tuo io vorace di lusinghe, lambiscono la tua vanità. Intiepidiscono i tuoi piedini. Paventi il suo lato oscuro, la sua eterna affabulazione di morte. Non sai muoverti in quel pelago, non sopporti quelle acque. Non hai la tempra per reggere le sue notti, i suoi silenzi, le sue nefandezze. Quando si rivela, tu te la fai sotto.
 
L’altra disse :
 tu vaneggi. La sua mente è tutt’uno con il suo corpo, che io, al contrario di te, conosco molto bene. Della morte ha solo paura e va consolato come un bambino, col piacere della carne. Lui è tutto nel suo corpo, e quel che conta è il suo corpo : il pelame odoroso, le pieghe degli inguini prodigiosi, gli umori succulenti. Tu non sai niente della sua geografia, le suture e gli snodi dei suoi arti, le linee segrete, suggelli del mistero erotico…Tu, che neanche lo hai toccato e lo tocchi.
 
Lui disse :
avete finito?
 

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venerdì, 08 dicembre 2006

    "MENDIANTS  ENCHAÎNÉS"

 

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