Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
mercoledì, 29 novembre 2006

 
 
 GRANDI VECCHI
 
Amo molto i Grandi Vecchi. La loro grazia, la loro sensualità consunta, affilata, raffinata, filtrata, che non è mai mollezza. Il loro eros eroso, corroso, talmente lucido da essere agghiacciante. La loro minacciosa e minacciante collera, la loro insofferenza continuamente alternata e mescolata a una tolleranza incomparabile, a una comprensione angelica, profonda ma distante, mai zuccherosa o invadente. Il loro cafard e la loro allegria di naufraghi. Lo sguardo a volte distratto a volte penetrante che lascia vedere interstizi di tempo. I Grandi Vecchi – e forse anche i vecchi in generale – sono misteriosi. Indipendentemente dalla loro natura, dal loro carattere, c’è un silenzio dietro i loro occhi, dietro le loro rughe , dietro le loro labbra appassite. Ma silenzio non significa certo catatonìa, assenza di vitalità, di energia. L’età avanzata ha il pathos  del corteggiamento vita-morte, del dialettico abbraccio di cenere e di fiamma. In essa c’è molto dramma, proprio nel senso originario della parola , DRAMA, contrasto fra forze opposte, fra potere e volere, fra desiderio e impotenza, fra andare avanti e andare indietro, il che genera quello struggimento appassionato che seduce.
 
Naturalmente il Libro aveva già detto tutto.
"Ora il re Davide era vecchio e molto attempato; e, per quanto lo coprissero di panni, non potea riscaldarsi.
 2 Perciò i suoi servi gli dissero: "Si cerchi per il re nostro signore una fanciulla vergine, la quale stia al servizio del re, n'abbia cura, e dorma fra le sue braccia, sì che il re nostro signore possa riscaldarsi."
 3 Cercaron dunque per tutto il paese d'Israele una bella fanciulla; trovarono Abishag, la Sunamita, e la menarono al re.
4 La fanciulla era bellissima, avea cura del re, e lo serviva; ma il re non la conobbe.

Ho molto invidiato, leggendo “Um nichts in der Welt”(Per niente al mondo), la trentenne tedesca Friedgard Thoma, di cui s’innamorò Cioran a più di sessanta anni…Il libro, non tradotto in italiano, racconta questo amore, che alcuni sciocchi hanno voluto utilizzare come  dimostrazione della incoerenza fra pensiero e azione nel pensatore rumeno . Come se la passione debba essere “logicamente” preclusa a un nichilista.Quale cecità. Penso sia proprio il contrario : solo un nichilista, e in special modo un nichilista vecchio, può vivere la passione come essa merita.
Le lettere di lui a lei sono spoglie, scabre, spesso irritate e irritanti. Disperate e bellissime
 

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venerdì, 24 novembre 2006

 

L’ARTE DELLA CONVERSAZIONE

"A differenza di certi pensatori– la cui conversazione ci schiaccia, ma forse ancor più intorpidisce, per l’assenza della ‘sprezzatura’–, Cristina  fu  una stupenda maestra dell’arte della conversazione, arte praticata con mirabile sapienza nel ‘700, appesantita da quell’’800 romantico, a volte  incapace -come Cristina diceva - di decantarsi, ignorata  nel ‘900 che ne aveva atrofizzato le delicatissime antenne. Quest’arte – ariosa, lieve come la musica di Mozart, ove ‘la massima profondità si nasconde alla superficie’- conciliava miracolosamente il ‘divertimento’ con la ‘concentrazione’. La ‘lievità’ veniva trasmessa con l’espressione e il tono della voce, anche quando l’argomento era serio – il che accadeva la maggior parte delle volte. Neppure i sordi contemporanei che si precipitano a chiamare ‘serioso’ quel che non è cinico, si sognarono mai di applicare a lei l’aggettivo, e si lasciavano incantare come da Mozart. Ma non di rado la ‘leggerezza’ cominciava dall’argomento (sapeva fare delle straordinarie caricature, per esempio), e questo aiutava l’interlocutore a riprender fiato, discendendo dalle altitudini di discorsi dove non si può aspettarsi che qualcuno soggiorni troppo a lungo. Il miracolo era che quel respiro non era mai nell’interlocutore un afflosciarsi – non poteva esserlo perché Cristina manteneva intatto nella pausa il suo grado assoluto di vigilanza a un livello di forma, di stile (si sa che vasto senso abbiano queste parole per lei), e l’altro doveva bene in qualche modo corrisponderle per non perderla."
( M. Pieracci Harwell)
 
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mercoledì, 22 novembre 2006

 

...I Greci immaginavano dunque la rondine come una creatura dalla lingua mozzata: un uccello balbuziente, che garrisce suoni smozzicati.
 

Prima che partissi ho messo nella tasca del tuo capotto la mia lingua tagliata, avvolta in un fazzoletto candido. Resto muto fino al tuo ritorno, spesso chiusa la bocca, o aprendola davanti allo specchio del bagno dove palpita quel che resta, un brandello ben reciso, della glossa. Secoli fa ho appreso una lingua straniera con la quale spesso ora mi ritrovo a pensare, scivolando verso la discesa che conduce al porto. Tu prova a morderla, in un esercizio di crudeltà che ti è consueto, non so se ti aiuterà farlo, ma il dolore riflesso, lontano dolore, mi dirà che sei viva, e profumata la tua notte.

 

 
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sabato, 18 novembre 2006

 

Sarah assapora la realtà di fantasie senza fine

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mercoledì, 15 novembre 2006

BELLEZZA ARTE E FATICA
 
 
La bellezza è innocenza, vale a dire assoluta assenza di intenzionalità o studio, casualità sublime, per cui la curva di un volto, la colorazione di una foglia, come l’accostamento di due parole, il fluire di alcune note, il cadere di una pennellata in QUEL preciso punto piuttosto che in un altro ( magari discosto di pochi millimetri) irradia in chi ci s’imbatte la lancinante certezza - che sia pienamente razionale o perturbantemente intuitiva – della categoricità del Bello, della sua indiscutibile Verità.
 
Eppure : se nell’estasi della percezione del bello, mi pare di essere convinta di questo, non riesco, ripensandoci, ad accettare una idea del bello come frutto di naturalezza e di spontaneità assolute. Al cospetto di chi pensa all’arte, alla poesia, come a qualcosa che fluisce in una sorta di trance psico-sensoriale, a una specie di invasamento profano, inesorabilmente si affaccia la mia tendenza naturale al sogghigno, allo scherno nei confronti di chi ingenuamente cade nella trappola della semplificazione e della creduloneria.
No, no, mi dico, la cosa deve essere assai più complessa. Mi viene in mente la fatica dell’artefice, sia che lavori un materiale duro e resistente, sia che operi su sostanze puramente mentali come il ritmo, come la parola…La funzione insostituibile della fatica, dello spasimo della ricerca, del rodìo della insoddisfazione, del vaglio del tentativo, dell’insistenza ossessa del demiurgo, del lento lentissimo percorso di chi si avvicina al punto focale finché riesce a centrare quella fatale combinazione di elementi, da cui si sprigiona come una fiamma la bellezza. Magia alchemica che può sembrare causale, ma che in realtà ha in sé un viaggio – di discesa e di ascesa, di andata e ritorno, di essoterico e di esoterico. Fatica che assomiglia a una spremitura di umori ( sudore lacrime e sangue), a un dolere di ossa e di muscoli, a un contrarsi di nervi; e accanto, o meglio ad essa compenetrata, la pazienza, la dispositio ad patiendum, a patire, a sopportare un compito che aliena dal "mondo", che spesso impedisce di gustare il Piacevole Fugace, e non tanto perché lo si disprezzi orgogliosamente, quanto perché non interessa più.
 
Mi viene in mente ora la scena finale – il nesso è da vedere – di “Morte a Venezia”:
l’artista morente e – a distanza – l’immagine della bellezza oggetto del suo disperato amore .
Fra i due , piantato sul lido deserto e crepuscolare,collocato in modo da costituire il vertice di una triangolatura , l’arnese della mediazione , il filtro fra il grezzo e l’elaborato, lo strumento che rende pensato il casuale . 
Il treppiedi della macchina fotografica .
 

 
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mercoledì, 15 novembre 2006

                                              VIVIEN
Lady of silences
Calm and distressed
Torn and most whole
 Rose of memory
 Rose of forgetfulness 
 Exhausted and live-giving
 Worried reposeful
 The single Rose
 Is now the garden
Where all loves end
 terminate torment
 Of love unsatisfied
 The greater torment
 Of love satisfied
 End of the endless
 Journey to no end
 Conclusion off that all
 Is inconclusible
 Speech without word and
Word of no speech
 Grace to the Mother
 For the Garden
 Where all love ends.
 
Signora dei silenzi
Calma e disperata
Consunta e intatta
Rosa della memoria
Rosa dell’oblio
Arida e feconda
Sconvolta ristoratrice
L’unica Rosa
È ora il giardino
Dove ogni amore finisce
Finisce il tormento
Dell’amore insoddisfatto
E il più grande tormento
Dell’amore soddisfatto
Fine del senza fine
Viaggio verso l’infinito
Conclusione di tutto ciò
Che non si può concludere
Linguaggio senza parola e
Parola di nessun linguaggio
Grazie alla Madre
Per il Giardino
Dove ogni amore finisce.
 
 
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giovedì, 09 novembre 2006

AGGIORNAMENTO

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giovedì, 09 novembre 2006

Il Sacro Capriolo

Non c'è luce nel loro mondo

di ottusa pienità, né fessure di vuoto-

ossessi della carne non ne sanno

le ascose verità, le ascose leggi.

Il denso o il troppo denso non

si sfoltisce mai in radure fatate

nel cui centro perfetto dorme -

ravvolto su se stesso -

il Sacro Capriolo.

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mercoledì, 08 novembre 2006

Folgorazioni (!)

Improvvisamente fu colpita dalla espressione "venire alla luce", chissà quante volte udita o letta prima senza che le provocasse alcuna reazione. Ora invece le saettò in testa una idea così accecante da avvertirla anche fisicamente : una vibrazione al centro del cranio, un bisogno irresistibile di battere le palpebre.

E se la metafora fosse da costruire sul rovesciamento dei termini tipico dell'ironia? Per cui il nascere debba essere in realtà entrare nel buio. E l'ironia in tal caso a chi sarebbe attribuibile se non a Quello che il beffardo marchingegno, l'inesplicabile tunnel oscuro che è la vita, ideò e realizzò, forse per ingannare la noia dell'atemporalità?

Tutto sommato l'immagine di un demiurgo beffardo e gingillone era quella che le ispirava più simpatia, ammirazione e - perché no?- un illuminante e leggero stoicismo (ché lo stoicismo pesante è francamente indigeribile).

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domenica, 05 novembre 2006

Young Lady of fashion

Paolo Uccello, 1464

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