Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
martedì, 26 settembre 2006

 COME LASCIAPASSARE PER LA NOTTE

- Yet when we came back, late , from the Hyacinth garden,

Your arms full, and your hair wet, I could not

Speak, and my eyes failed, I was neither

Living nor dead, and I knew nothing,

Looking into the heart of light, the silence.

(sussurrameli sulle labbra, come sai fare tu)

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sabato, 23 settembre 2006

Mahler Stube Dobbiaco
 
La musica dell’attesa, la musica della pazienza.
Si ha l’impressione di un continuo divagare, di un continuo rimandare, un crescendo finemente diluito in onde non così incalzanti e urgenti come in Wagner.
Mahler in effetti ha spiritualizzato, dirozzato, alleggerito W., raffinando il suo empito altisonante in ripiegamenti e andirivieni. L’approdo è sempre parziale, mai definitivo ( vedi l’adagio della Nona), un continuo rimandare, un continuo allargare l’orizzonte delle proprie attese, spostandone i confini aldilà dei vapori e delle nebbie che si vedono sul fondo. Anche se nel cammino a tratti si sfocia su pianori luminosi e distese delicatamente soleggiate.
Finché nell’abbandonarsi a questo filo trascinante ma mai pressante, fiorisce il pensiero che non esiste nessun traguardo, nessuna meta, che il piacere e la bellezza, il piacere della bellezza, è precisamente quell’inesausto fluire, meandrico girovagare dei sensi e dello spirito.
 
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giovedì, 21 settembre 2006

La voluttà dell'estraneità

"Il nostro desiderio non è di fare di due creature una sola, bensì di evadere

dalla nostra prigione, dalla nostra unità, di diventare due in una congiunzione, ma

meglio ancora dodici, un numero infinito, di sfuggire a noi stessi come in sogno,

 di bere la vita a cento gradi di fermentazione, di essere rapiti a noi stessi o comunque

si debba dire, perché non lo so esprimere; allora il mondo contiene altrettanta voluttà

 quanto estraneità (...).

Il solo sbaglio che potremmo commettere sarebbe d'aver disimparato la voluttà dell'estraneità

 e immaginarci di fare chi sa quali meraviglie dividendo l'uragano dell'amore in magri ruscelletti

 che scorrono su e giù fra un essere e l'altro".

R.M.

                                     

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giovedì, 21 settembre 2006

La rabbia degli angeli.
Gli angeli sono gelosi : l’uomo è un essere malriuscito, mormorano, una impossibile mistura di angelo e bestia.
Perché mai allora - si chiedono - perché mai Dio, nella sua somma perfezione, lo ama più di noi?
Eppure noi non abbiamo bisogno di nutrimento perché è la Shechinah stessa che ci nutre; né conosciamo il Jetzer Hara, il turbinio stravolgente della passioni umane.
Il più accorato non si rassegna :
-         Perché Dio ha voluto darsi da fare con la carne e la polvere, con il tempo e la morte? A che scopo questa commistione di puro spirito e di bestialità?
 
-         Che vuoi farci? Anche Dio ha il suo inferno. E’ il suo amore per l’uomo, ribatte il più angelicamente indifferente.
Eterne domande sull’amore del Padre : Lui ha distolto da me la sua faccia
E anche sul senso e lo scopo della Creazione : divino intrattenimento o bisogno di Dio? Un Dio che si annoia o un Dio che non è se non crea?
Dio ha creato l’uomo per provare a se stesso di esserci e di essere Dio. Vertigine.
Se l’uomo è un misto di angelo e bestia, e in quanto tale conosce il sublime e nello stesso tempo non può fare a meno di comportarsi bestialmente , è certo che ha bisogno di un dio che dalla bestialità lo tragga verso l’angelico, proprio attraverso il travaglio intorno all’idea del divino.
Solo cercando Lui, l’uomo si libera dalla bestia?
Rapporto di infinito rimando fra Dio  e l’uomo, una inseparabilità da siamesi : l’uno non può esistere senza l’altro.
In questa relazione talmente simbiotica  è facile non capire più chi dei due sia veramente Dio.
Vertiginoso pensiero : se l’uomo scomparisse dal mondo , Dio continuerebbe a esistere?
Estremo paradosso : Dio esisterà finché esisterà un uomo che pensa che NON ci sia.

 
 
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lunedì, 18 settembre 2006

...strano dialogo il nostro, così felicemente impastato di intimità e distanza.

Strano specchio che a tratti mostra - fra lampi accecanti di riflettenza, dardi di unisona pregnanza -

il suo opaco rovescio.

Il lato opaco della specchio. Eclisse.

Cala un velo, una bruma. Un silenzio.

Che nasconde? L'interrogativo e delizioso.

Ma il maître à danser batte le mani e la voce chioccia cantilena ...

Serrez les files

Prenez la main de votres dames

Tournez   Tournez   Tournez

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venerdì, 15 settembre 2006

                  .....................la Vérité!

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martedì, 12 settembre 2006

 

l
In un villaggio sperso fra le montagne,nel cuore dell’inverno, due bambini, fratello e sorella, si mettono in cammino per raggiungere un altro villaggio, dove abitano i nonni a cui vogliono fare visita. La strada è lunga ma  sono abituati a percorrerla. Al ritorno però li coglie una terribile nevicata , e smarriscono la via. La neve è così abbondante che cancella tutti i loro abituali punti di riferimento, anche le loro stesse orme, per cui quando si accorgono di avere sbagliato direzione, non riescono più neanche a tornare indietro. Non esistono  più infatti  avanti e  dietro, sotto e  sopra,  dritta e manca : intorno a loro solo una silenziosa vertigine bianca.
Il bambino che è maggiore di anni, è molto protettivo nei confronti della sorella, che a sua volta è docile e fiduciosa nei suoi confronti. Lui la ripara con la sua giacca e le raccomanda di non smettere mai di camminare, perché altrimenti finirebbero congelati. Vanno avanti così “ con quell’energia instancabile che hanno i bambini e gli animali, perché non sanno quanta ne è stata loro data e quando questa riserva si esaurirà.” Senza accorgersene continuano a salire, raggiungendo via via sempre maggiori altitudini fino a trovarsi ai piedi dello sterminato ghiacciaio. Dovunque guardino non c’è nulla salvo quel bianco accecante che forma intorno a loro un cerchio sempre più stretto : niente se non la neve che cade, cade,”insaziabile”. Ugualmente nessun rumore riconoscibile, umano . Non si percepisce neppure il più flebile suono, salvo il loro respiro, e il fruscio della neve “che cade sulle loro ciglia”.
Arrampicandosi sulle grandi masse di ghiaccio, riescono a insinuarsi in una specie di grotta.
Guardano ad occhi spalancati, e tacciono.
Si tengono per mano.
Così passeranno la notte .
E non avranno mai PAURA.
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giovedì, 07 settembre 2006

FLASH

 
Reinarcai il culo
E lo ringroppai
Sella naturale
Dei miei sogni.
E mi rimisi in cammino,
 Asina di Balaam
Che sola vide l’angelo,
capra selvatica in cerca
di stenti steli dell’erg,
ché prati inglesi
non son per lei.
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lunedì, 04 settembre 2006

Sulla malattia

La malattia dunque apre la mente del malato ritagliandolo dal resto del mondo.  Grazie a questa specie di allucinata incertezza in cui la malattia ci fa precipitare i sensi si affinano. Non più soldati nell'esercito degli eretti diventiamo disertori. Loro marciano verso la battaglia. Noi fluttuiamo con i ramoscelli nella corrente; confusi con le foglie morte del prato irresponsabili e disinteressati e capaci forse per la prima volta dopo anni di guardare intorno di guardare su di guardare per esempio il cielo".

Mi è accaduto ultimamente di leggere un bellissimo saggio di Virginia Woolf “Sulla malattia”.
 E’stata una di quelle esperienze in cui l’ammirazione per l’acutezza e l’originalità del contenuto si mescola a quella specie di euforia e di rinvigorimento mentale che ti prende quando scopri che quello che leggi corrisponde esattamente a quello che avevi sempre percepito e pensato, e che ora ti viene disteso davanti con una perspicuità e una proprietà esemplari.
La malattia come percezione diversa del mondo che ci circonda, una percezione in limine, sulla soglia, da una soglia, e  non priva di risvolti visionari , allucinati, estatici. Solo in questi stati in cui si allentano le catene che ci bloccano ai ceppi della “vita normale”, con tutta la sua incontrastabile serie di doveri, di sentimenti dovuti, di passioni autoimposte, di certezze costruite, possiamo accedere a livelli di comprensione più profonda di tutto ciò che è indicibile, inenarrabile, indescrivibile : il mistero dell’arte , della grande arte, può essere penetrato solo in uno stato senza puntelli, di suprema incertezza e fragilità. Per penetrare il mistero dell'arte occorre perdere il più possibile le caratteristiche "pesanti" che rendono atti all'agire pragmatico, liberarci dell'imperativo all'azione che - senza che ce ne accorgiamo - ci rende coatti. Destrutturarsi, insomma, e quasi sciogliere il corpo muscolare nelle sue componenti organiche, allo stato incoeso. Lo sapevano bene del resto Kafka, Mann, Proust e molti altri...
Anche la convalescenza ha i suoi privilegi : ad esempio quello di oziare senza sentirsi in colpa o essere considerati sfaticati, apatici, o depressi. La mentalità corrente ( determinata s’intende da esigenze socio-economiche) non accetta l’idea che si possa stare senza “far niente” con gioia. Si adorano le attività di movimento muscolare, e quindi la meditazione e la contemplazione che richiedono staticità – per non dire immobilità – sono guardate con sospetto, e ben presto etichettate con lo stigma del depresso.
Oggi  i progressi della medicina e della farmaceutica hanno in molti casi abbreviato i tempi della malattia e della convalescenza : un tempo si partiva per la campagna magari e si scompariva per qualche mese, prima di tornare a marciare con l’esercito degli eretti. Ci si permetteva di vivere con pienezza il lento riabituarsi del corpo ad essere sano...
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venerdì, 01 settembre 2006

Plumbago bianco
 
Tragico, superbo e bello, il plumbago candido ostenta impavido la sua diversità.
I passanti si chiedono perché non sia azzurro come gli altri che formano la lussureggiante spalliera: quel loro bel colore pervinca è così gradevole, accattivante, confortevole, rassicurante… Lui invece ha il tremito di un bianco smarrito, con inclinazione al perlaceo o all’argento pavonato, a seconda dei punti e della luce. In certe ore del giorno quel bianco del fiore reclino è affranto, in altre ore tenerissimo, fino al patetico : una nuca infantile là dove i capelli sfumano nel candore del collo – a volte torpido e torbido tanto da apparire quasi sinistro : l’opaco pallore di un morente, la palpebra di una donna sopraffatta da un piacere contro cui ha lottato a lungo, troppo a lungo.
Fra chi passa lungo la siepe non c’è chi non gli getti un’occhiata perplessa,spesso non priva di diffidenza. Anomalia genetica? malattia? artificio? capriccio degli dei?
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