Falsi Poeti
Ci son poeti che non son poeti
Ci son poesie che non son poesie
Ci propinano scariche di parole
E vorrebbero convincerci
Che quella è poesia
L’oscurità della poesia vera
È abbagliante
Come un sole nero
Tu non capisci
Ma percepisci che ti piovono addosso
Scaglie di verità
La poesia falsa ha un luccicore opaco
La poesia falsa butta parole sul tavolo
Come monete sul tavolo del baccarat
E magari i croupier si fregano le mani
Perché gli ingenui abboccano.
Pensateci due volte prima di dire Poesia
Anzi, non due, ma mille.
Non nominate il nome di dio invano,
è il secondo comandamento.

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata... stanca... o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e, i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po' a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta - e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l'eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.
ROCOCO’ COCORICO’
Oggi l’ironia – o presunta tale – si vende su tutti i mercatini più o meno rionali, e non manca neppure un vago odore di pesce avariato che proviene dai banchi della pescheria.Signore che hanno coltivato con amoroso e confidente zelo una loro modesta predisposizione alla lingua sciolta ( onny soit qui mal y pense), trentenni mucciniani che mascherano volgari abbordaggi con battutine spiritose, navigati suiters che ostentano un distacco dalla vita che non sanno quanto sia reale ( ma non certo nel senso che intendono loro) : tutti costoro hanno l’ardire di autofregiarsi – con incredibile immodestia – di doni sublimi di ironia e , s’intende, di autoironia - come se appunto una attitudine così complessa e virtuosa come l’ironia fosse attingibile per semplice autocertificazione.
Ahimè, quando sento la parola ironia, penso a chi ci ha mostrato che cosa essa veramente significhi, e il sangue mi si rivolta quando la vedo così prostrata nelle menti di chi se la autoattribusice…convinto che bastino, per attingerla, le sue melense battutine – di cui una su mille strappa a mala pena un sorriso e la stragrande maggioranza produce uno stridore di denti per la lambiccata artificiosità delle frasette mistificatorie .( ancora peggiori gli scambi e le tenzoni a due, in cui il rimpallo produce lo stesso fastidio di certi set tennistici di mediocri, che non fanno che attivare irritante girar di pupille e indolenzimento dei muscoli occipitali…)
Sono convinta che questa illusoria padronanza del registro ironico dissolva le già scarse potenzialità odierne di autentica comunicazione fra individui ; per ostentare superiorità intellettuale ci si sente infatti costretti ad esibire questo tono (falsamente) cinico e disincantato, questo rincorrere la battuta fine a se stessa. Ce n’è di che dedurre che siamo nella fase, storicamente non nuova ma forse non mai così degradata come oggi, del concettismo lambiccato, della brillantezza stereotipata, di un tardo tardissimo –
del tutto sbrindellato e dilavato e insulso - rococò.
ANGHELOLOGIA
URIEL il VIGILANTE, "quello dei tuoni e del tremore"

"Dobbiamo perciò comprendere che gli angeli buoni e quelli malvagi abitano gli uni vicino agli altri e nondimeno esiste fra di loro una distanza immensa. Infatti il paradiso è nell'inferno e l'inferno è in paradiso, e ciò nonostante l'uno non è manifesto all'altro; il diavolo, desideroso di entrare in paradiso, per raggiungerlo sarebbe disposto a percorrere milioni di miglia, e tuttavia vuole rimanere all'inferno."
( Jacob Bohme)
A COLD SPRING 2.
Mentre l’alba merlettava
Di chiarore le finestre
Ahi – dicevi – che mi piglia
Di riprenderti la voglia.
E d’un subito agguerrito
Il tuo rostro inviperito
Sommetteva a violenza
La mia tiepida incoscienza.
Il mio corpo addormentato
dall’assalto ridestato
vibra freme si attorciglia
tutto quanto si scompiglia
apre chiude tira tende
tutto quanto si distende.
Erge picchi e schiude cave
scioglie nevi e munge lave.
E spalanca fondi cretti,
dispaiando dossi eretti.
E si schiudono corolle
rugiadose di umor molle,
ed i teneri singhiozzi
e gl’incitamenti rozzi
e le dolci lallazioni
dell’amore trascrizioni
- ora piano vieni tocca
alza stringi prendi scocca
sotto dentro forte sfonda
spingi calca ardi inonda –
coroncine di guaiti
intrecciate di vagiti
e respiri brevi e folli
sulle labbra fatte molli.
Mentre l’alba merlettaia
senza posa tricottava
e di gente che s’appaia
men che meno si curava.
L’amore nel Neolitico
A chi ogni tanto mi chiede
che pensi dell’amore e se ci creda,
generalmente non rispondo
ma regolarmente
rivedo nella mente
immagini di un filmato che visionai una volta. Si trattava
di un “testo visivo” accluso
a un ponderato studio
che mostrava una ricostruzione- di valore scientifico–
di vita quotidiana nel Neolitico.
La parte che ricordo riguardava
una fase di quiete e di riposo –
forse obbligata dal buio o da maltempo –
Di individui di varie età e sesso all’interno di una caverna.
(il filmato era in b/n).
Nella grotta semibuia piccoli gruppi umani (di 2/3 individui) giacciono per terra o semi addossati alle pareti, completamente nudi. I corpi si sovrappongono e s’intrecciano con abbandono impudico e insieme angelico, mossi dalla ricerca di calore, di benessere, di piacere : bisogni naturali e innocenti, non viziati da perversi lavorii mentali.( Il retro-pensiero è il peccato di Adamo?) Alcuni sono intenti a operazioni che la nostra “civiltà” – facile ad arricciare il naso quando si avvicini più di tanto alla corporeità – si sente in dovere di guardare con disgusto, ma che costituiscono invece quegli archetipi di accudimento, il cui rigetto sta forse alla radice di tante angosce contemporanee .Vale a dire che si spidocchiano, si nettano reciprocamente la bocca e i denti a linguate, si lambiscono le palpebre sciogliendone i cigli aggrumati. Altri, con la stessa assorta e innocente concentrazione, si stimolano con sublime pazienza aree di piacere, avviluppandosi sempre più stretti con flebili e brevi guaiti.
Un grande senso di intimità e di benessere spira in quel nido oscuro, mentre dallo squarcio chiaro della lontana bocca della caverna giunge lo scrosciare di una pioggia primigenia.
AUTODAFE' 2.
Menava colpi il paladino.
Dalla fessura della celata
lo sguardo azzurro di lui raggiava
il focus avverso traguardava
e s'abbassava la spada prava.
Sotto i suoi colpi volavan zolle
e uno sfacelo di corolle,
piume brandelli di cartilagini
pupille vive di vive immagini.
Il sacro sangue che la bagnava
e il piano intorno tutto inondava,
nemmeno un attimo ne contrastava
la furia cruda, che sterminava.
Finché...
lo sguardo dalla celata
vide per terra scaraventata
- bocca di sangue rigurgitante -
la testa stessa del duellante.
E sulle palpebre l'ombra calava
Lacrima nera lenta scendeva
e sul pallore traccia lasciava
di quella vita che si spengeva.
( Mantra delle ore 2,50)
Io sono sempre stata come sono
anche quando non ero come sono
e non saprà nessuno come sono
perché non sono solo come sono.
P.V.
AUTODAFÉ 1.
Da tempo ho rinunciato a Te.
Nel nostro flirt fu una decisione
che presi per tempo. Con certa preveggenza
calcolai quanto la Tua assenza
mi avrebbe dato più della presenza
la latitanza più della pregnanza
e la distanza più della vicinanza la trascendenza più della immanenza
la leggerezza più della pesantezza
La bilancia non oscillò un istante
S’inclinò a capofitto
Tirata giù dal peso decisivo.