Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
martedì, 31 gennaio 2006

Bestial Variatio 1

 Così avvertito mi diedi ad affisare ed esercitare lo sguardo su quella donna magrolina dalle piccole forme muscolose. Man mano che la osservavo, essa emerse come una immagine fotografica in negativo immersa nel liquido rivelatore. Le sue posture, le sue movenze, i suoi gesti, i suoi sguardi. Vedevo letteralmente per la prima volta il lento girare di quegli occhi mori, l’inclinazione del collo teso in avanti a sostenere la piccola testa vibrante, il raccogliersi della parte superiore del tronco esile e rastremata sull’espansione del bacino, come per un avvitarsi preludente al balzo micidiale, il suo modo di accucciarsi facendo sparire le gambe sotto il corpo nei momenti di quiete – quelli in cui invariabilmente la mano del padrone si posava distrattamente sulla testa ricciuta.

E, per Dio, giuro che – una volta che vi ebbi concentrato il mio sguardo – non vidi mai niente di così conturbante come quella mano che posava ferma sulla chioma instabile, oppure noncurante assecondava le onde dei capelli, oppure filava fra le dita qualche ciocca luccicante, oppure frugava i ciuffetti sfuggenti sulla nuca o sulle tempie.

Sotto quella mano la “bestiola” si azzittiva e si immobilizzava, i grandi occhi spalancati sul vuoto del suo piacere.

Fu così che carpii il loro segreto.

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lunedì, 30 gennaio 2006

 BESTIAL   PROLOGUE

 

 

L’uomo che certamente più l’amava al mondo la chiamava bestia. Qualche volta accadeva pure che gli sfuggisse l’epiteto in presenza di altre persone, e questo provocava un certo sconcerto. Quando poi gli astanti vedevano la reazione di lei – quel lievissimo e lento sorriso che affiorava sulle sue labbra - , lo sconcerto si trasformava in vago imbarazzo come quando capita di assistere a un gesto troppo intimo.

Era allora che ai più attenti si svelavano alcune particolarità di lei che, precedentemente, pur diffondendo una indefinibile inquietudine, venivano prontamente dimenticate.

-         Ma certo! – mi dissi appunto io che rientravo in questo genere di osservatori. – Questa donna appartiene a quella specie ibrida fra animale e umana di cui ci parlano i miti e le fiabe.

Solo così in effetti potevano spiegarsi certi suoi tratti, e non solo fisici, ma anche del comportamento e del carattere. Per quanto di una femmina umana avesse, a un primo sguardo, i lineamenti e le forme, appena il suo corpo si animava di espressioni e movenze, la sua vera natura si palesava con provocante chiarezza per chi fosse pronto ad accoglierla, per chi fosse “avvertito”, insomma.

E qui farò una parentesi su che significhi essere “avvertiti”. Il discorso sarebbe lungo, né ho voglia di addentrarmi in elucubrazioni parafilosofiche o –tantomeno- pseudopsicologiche. Mi limiterò a dire che essere “avvertito” per me significa avere elaborato, per non so quale processo interiore, un livello di attenzione al mondo e ai suoi segni di portata non comune. Solo quando si cessi di vedere ciò che ci circonda come lo scenario consueto che fa da sfondo alla nostra miserabile vita quotidiana, solo allora potremo entrare nella “magica foresta” nella quale il nostro Io , dotato – come volle il buon Dio – di sensi e cervello prodigiosi , si addentrerà come l’Errante, il Wanderer delle leggende e delle fiabe. Spesso si dà una sfumatura spregiativa al termine visionario e si  considera con sufficienza l’individuo a cui venga attribuito tale epiteto. Eppure la visionarietà spesso non è che una vista più acuta, a volte - per fortuna raramente - intollerabilmente acuta, la quale, lungi dal  richiedere attributi prodigiosi o superumani, si può raggiungere mediante un atteggiamento di umiltà , unito alla coltivazione assidua e persuasa della capacità di ATTENZIONE.

(continua)

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venerdì, 27 gennaio 2006

 

...ET IN ARA MACTABANTUR HOSTIAE

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giovedì, 26 gennaio 2006

LA DANNAZIONE DELLE PAROLE

Nelle notti stralunate

Mi avvicino senza vesti

Sulle labbra mie stremate

Di parole treman resti.

Una brezza intermittente

Le rapisce dalla bocca

- ali di farfalle spente -

Sia dannato chi le tocca.

Son parole avvelenate

Dal pensiero martoriate

Dal demonio masticate

Dalla morte attossicate.

Tu, promettimi che taci

Benedicimi di baci

Sulle labbra risanate

Dal tuo cuore suggellate.

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martedì, 24 gennaio 2006

 

 

L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder

 

 

.........una notte così

(Russian Waltz, D.Shostakovich)

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lunedì, 23 gennaio 2006

cammino nel bosco ceduo. piove una strana pioggia che non sembra scendere dall'alto in verticale ma diffondersi per l'aria in orizzontale. come una vibrazione, o una colatura su un vetro. passo rapido e uniforme. il segreto è l'uniformità. è l'uniformità che genera il ritmo. e il ritmo una musica astratta come note su uno spartito. il terreno è fradicio, scivolo sulle foglie macerate miste a terriccio. piroetto una volta o due. riprendo il ritmo.

intacco il mondo con il mio corpo proteso, entro nello spazio come nella polpa di un frutto ben maturo. una pera granulosa e densa . è il suo succo che mi gronda sul viso.e io sono l'affilato coltellino da dessert che scivola dentro senza sforzo.

la pioggia non cade, si allarga . umetta e lubrifica la mia entrata nel mondo. un entrare che è un festeggiamento, un riconoscimento infinito

un riconoscimento infinito

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giovedì, 19 gennaio 2006

 Nella mia lieve tunica di fuoco...

 

E’ rimasta laggiù, calda. La vita
l’aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciava in fondo ad ogni tempo
mani vive, cercandomi…

Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l’infinita
mia sapienza in frantumi. E tu, parola
che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi…

Torno sola
tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo
roseo sugli orci colmi d’acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli
nella mia lieve tunica di fuoco.

                               (Cristina Campo)

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mercoledì, 18 gennaio 2006

 

NOTTE ATIPICA

 Il cadere della pioggia nella notte , nel silenzio ovattato e opaco  di una notte atipica, ha una suggestione fatale.

Si disviluppano i miei capelli e i miei desideri, scivolano sul pavimento e intonano il loro sabba.

Mi deridono, svelando le mie imposture. Imposture ai danni di me stessa.

La mia pancia di sciacallo, il mio cuore di cardellino, il mio cervello di volpe.

Di umano niente. Tuttalpiù di umanoide.

Mi hanno insegnato il linguaggio degli uomini e zelantemente lo appresi.

A volte mi pare anche di manovrarlo bene, di padroneggiarlo.

Ma non ho altre risorse.

Mi accostai agli angeli e mi cacciarono per i miei vizi; e i demoni mi risero in faccia

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martedì, 17 gennaio 2006

                                                        ESTUDIO PUDICOL

                                                         Bernardo Torrens

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martedì, 17 gennaio 2006

LUPI BIANCHI

 

Della interpretazione  dei sogni di Freud ciò che mi ha sempre affascinato è la potente idea di simbolo. Il simbolo infatti non è basato su una elementare analogia, una metafora in cui  il cammino fra il termine di partenza e il termine di arrivo è abbastanza evidente e leggibile a tutti. L’interpretazione del simbolo onirico, secondo Freud, richiede un percorso elaborato e a volte persino avventuroso da parte di una mente iniziata , la stessa che un tempo era in grado di decifrare – non certo per immediata illuminazione ma mediante una procedura misteriosa di ricerca e pratica sapienziale – i responsi delle antiche sibille. Dopo il folle orgoglio dell’individuo romantico convinto di elevarsi al Vero con le sue sole forze, riemerge dunque, in qualche modo, una figura di mediatore, una guida , uno sciamano, un sacerdos e cultore del sacro, i cui occhi si ficcano molto più a fondo dei nostri nel “mare del mistero”a leggervi quei segni che sfuggono agli occhi dei molti. E se un tempo l’oggetto da esplorare era l’Esterno, il mondo delle azioni e delle vicende, il mondo degli oggetti e dei fenomeni, a un certo punto lo sguardo si cala nel pozzo dell' Io e delle sue più intime esperienze, così profonde da essere nascoste persino al soggetto che le ha vissute e che le porta in sé. Così il lupo bianco accosciato immobile sul ramo di un albero ( e quale potenza estetica immancabilmente si associa al simbolo forte…) è il lenzuolo che copriva i corpi carnalmente avvinti del Padre e della Madre del bambino che viveva la sua prima fondamentale esperienza di amore e di  odio, di stupore e d’invidia, di tradimento e di tenerezza, di desiderio e di ripulsa, in una parola l’esperienza della passione

Si recupera così tutto ciò che la semplificazione razionalistica aveva accantonato liquidandolo con troppa fretta. Riaffiorano la cabala e la magia, con i loro enigmatici e apparentemente inspiegabili abbinamenti, si profilano la messa in iscacco del rapporto causa/effetto, e la consapevolezza dei limiti della previsione.

 

 Mi viene in mente ora che il bambino del sogno di stanotte – che mi ha suggerito questa riflessione – aveva il volto di quello che appare nel “Primo comandamento” di Kieslowski.

 

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