LADY INTO FOX 2.
Sì, le ultime trenta pagine sono veramente le migliori…
Abbiamo lasciato il signor Tebrick disperato per la scomparsa di Sylvia, Non può vivere senza di lei, non importa quale forma essa abbia . Si isola, si lascia andare con una specie di “piacere maligno” : insomma vive solo nella speranza di rivedere la moglie.
“Strano a dirsi, in tutto questo tempo era perseguitato non dal ricordo di una donna dolce e gentile, ma da quello di un animale; una bestia che, è vero, sedeva a tavola e giocava a picchetto quando voleva, ma che , nonostante tutto, non era nient’altro che una bestia selvatica. La sua sola speranza era ora di ritrovare la bestia, e questo pensava continuamente. Così desto o addormentato, gli apparivano visioni di lei; la sua mascherina, la coda a pennacchio pezzata di bianco, la gola bianca e la pelliccia folta sulle orecchie, tutto questo lo ossessionava…”
Accadono ancora cose strane in questa “maravigliosa” storia di amore, e il signor Tebrick proverà l’ebrezza di iniziarsi a una condizione ben lontana da quella di un uomo “civile”, una vita ferina in cui seguirà la sua sposa ritrovata.
“Egli era ora stanco [ seguendo lei che cerca una nuova tana ha fatto una lunga marcia nella foresta] ma felice, e rise piano di gioia, e subito la sua volpe venne verso di lui e gli mise le zampe sulle spalle mentre lui sedeva per terra, e lo leccò, ed egli le rese il bacio sul muso e se la strinse tra le braccia, se l’avvoltolò nella giacca ridendo e piangendo insieme, nell’eccesso di gioia.”
La fine non può essere che tragica.
Un mattino Tebrick, atterrito dal clamore dei bracchi dei cacciatori, corre ad aprire il cancello della sua casa perché la moglie possa rifugiarsi dentro e salvarsi.
“Aveva appena raggiunto il cancello quando vide Sylvia che gli veniva incontro, ma molto stanca per il gran correre , e i cani le erano quasi addosso. L’orrore di quella vista lo trafisse, perché per sempre da allora egli fu perseguitato da quei cani: la loro bramosia, i loro sforzi disperati per raggiungerla, e il loro cieco desiderio di prenderla…la volpe era subito saltata tra le braccia del signor Tebrick, ma prima che questi potesse girarsi i cani erano sopra di loro, e li buttarono in terra…….Quando il cacciatore li ebbe raggiunti e allontanato i cani con il frustino, il signor Tebrick era terribilmente dilaniato, e sanguinava da venti ferite.
Quanto alla sua volpe, lei era morta, sebbene egli stringesse ancora fra le braccia il corpo privo di vita.”.
LADY INTO FOX 1.
C’è un libro che amo molto : è un breve romanzo poco noto, di un autore inglese della prima metà del Novecento, David Garnett; e il titolo del libro è “Lady into Fox”, tradotto non troppo felicemente in “La signora trasformata in volpe”.
E’ la storia di una metamorfosi : la signora Fox, coniugata Tebrick, durante una passeggiata nella campagna inglese in compagnia del marito, si trasforma, sotto gli occhi di lui, in una “piccola volpe di un rosso vivo” . Il signor Tebrick continua ad amare appassionatamente la moglie anche nella sua nuova forma; e il libro narra le vicende di questo rapporto che, pur essendo “meraviglioso”, viene descritto in tono molto dimesso e distaccato.
La cosa sottilmente conturbante della storia è appunto che all’inizio il signor Tebrick s’illude di poter continuare a vivere come prima, ad esempio ascolta musica con la moglie-volpe, le legge pagine del libro che prima leggevano insieme , gioca persino a carte con lei, anche se a un tratto capisce che essa è più interessata alle anatre cinesi nello stagno del giardino o alla colombella chiusa nella gabbietta.Non sono che le prime avvisaglie di ciò che fatalmente accadrà: ben presto Sylvia dà segno di una sempre maggiore insofferenza verso il ménage impostole dal marito. L’unica persona che sembra avere un certo ascendente su di lei è la sua vecchia nanny, la quale , dal momento in cui è avvenuta la metamorfosi, ha ripreso a rivolgersi a lei come a una bambina. La vecchia cerca persino di adattarle una giacchettina di seta blu, utilizzando un vecchio indumento di lei, ma la “signora” non solo lo fa a pezzi, ma lacera tutti i vestiti del suo guardaroba “ senza risparmiare neppure l’abito da sposa.”
Il processo di inselvatichimento di Sylvia sarà irreversibile. Essa tenta varie volte la fuga, gettando nella disperazione il signor Tebrick. A un nuovo tentativo di fuga lui la raggiunge e riesce ad afferrarla; lei si volta di scatto e gli addenta la mano mordendola da parte a parte. Il sangue scorre abbondantemente , ma lui neanche se ne accorge, perché tutti i suoi pensieri sono per la moglie.
“Restarono un minuto a fronteggiarsi, lui in ginocchio e lei a guardarlo, il ritratto della cattiveria impenitente e dell’ira. Così in ginocchio, il signor Tebrick era al livello di lei, e molto vicino, e il muso gli stava proteso quasi sul volto….
- Che cosa c’è Sylvia?- disse molto calmo. - Che cosa c’è? Perché ora sei così selvaggia? Se mi metto fra te e la tua libertà è perché ti amo. E’ un tormento così grande stare con me? –
Ma Sylvia non mosse un muscolo.”
Pur con disperazione, l’uomo capisce che non può più tenerla con sé e la lascia andare.
Mancano ancora circa trenta pagine alla fine. E sono le migliori.
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DELL'INTERLOCUTORE
Commossa, estasiata. Osip Mandel'stam parla per me.
"...Sì, quando parlo con qualcuno non so con chi parlo e non voglio, non posso desiderare di saperlo. Non v'è lirica senza dialogo. Ma la sola cosa che ci spinge tra le braccia dell'interlocutore è il desiderio di meravigliarci delle nostre parole, di rimanere affascinati dalla loro novita e per la loro comparsa inattesa [ per quello che ci fanno scoprire di noi stessi - aggiungerei ]. La logica è spietata. Se conosco la persona con cui parlo, so in anticipo quale sarà il suo atteggiamento verso ciò che dirò qualunque cosa io dica, e quindi non riuscirò a stupirmi del suo stupore, a gioire della sua gioia, ad amare il suo amore per me. ..[ contrariamente a ciò che si crede, ho sempre pensato che la vicinanza fisica tolga libertà alla comunicazione verbale, in quella condizione dovrebbero essere usati altri linguaggi, altri codici, oggi in genere desueti, oppure identificati come anomali e inseriti in casellari che vanno dalla stravaganza alla demenza.] Il distacco e la distanza cancellano i tratti della persona amata. Soltanto allora sorge in me il desiderio di dirle quella cosa importante che non potevo dire fintanto che ero padrone della sua immagine in tutta la sua concretezza. Mi permetterò di formulare così questa osservazione.
Il piacere della comunicazione è inversamente proporzionale alla nostra reale conoscenza dell’interlocutore e direttamente proporzionale al desiderio di interessarlo a noi.
Non ci si deve preoccupare dell’acustica : verrà da sé. Piuttosto, della distanza. E’ noioso bisbigliare con un vicino. E’ infinitamente uggioso scandagliare la propria anima. Ma scambiare segnali con Marte, senza fantasticare, naturalmente, è un compito degno della poesia…”
(O.Mandel’stam, La quarta prosa, Dell’interlocutore)
"...Ricordi i tre aggettivi che ho usato in The dead parlando del tuo corpo? Sono questi : musicale e strano e profumato. Presto il mio corpo penetrerà nel tuo ; oh potesse farlo anche la mia anima. Potessi annidarmi nel tuo grembo come un bambino nato dalla tua carne e dal tuo sangue, esssere nutrito dal tuo sangue, dormire nel buio caldo e segreto del tuo corpo."
James Joyce in una lettera a Nora
RANDOM
“…si allontanò rendendosi conto, come mai prima di allora aveva dovuto fare, della facilità con cui la vita può essere una cosa piuttosto che un’altra e della casualità con cui si crea un destino…E anche , d’altra parte, di come il fato può sembrare accidentale quando le cose non possono andare a finire che come sono finite. Si allontanò, cioè, senza capire nulla sapendo di non poter capire nulla, ma con l’illusione che avrebbe metafisicamente capito qualcosa di enorme inportanza su questa sua testarda determinazione di diventare quello che voleva essere se…”
A volte si ha l’impressione che ci manchi solo uno scatto finale, per capire veramente come stanno le cose.
Rapporto fra caso e destino : è il caso che diventa un destino o è il destino che si maschera da caso?
Da bambina facevo giochi del genere: camminando decidevo di tenere gli occhi bassi e di piantarli in faccia alla decima persona che incontravo. Significa che contavo i passanti che mi venivano davanti guardando loro i piedi. Al decimo sollevavo la faccia e lo guardavo fissamente già qualche istante prima d’incrociarlo. Era quello a cui il destino aveva assegnato la MIA attenzione…Era un gioco emozionante.
Anche oggi in un certo senso li faccio, ma poi mi capita di non tenere fede alle premesse.
Così non vale. Interviene il giudizio, una valutazione di tipo culturale in seguito alla quale la tentazione di scartare “quel che ti tocca in sorte” è troppo forte.
Eppure, è assillante il pensiero del rapporto fra necessità e caso.
“Alea = sinonimo di destino in un mondo senza dio?”
C’è chi ha tentato di esplorare con il pensiero la tessitura infinitesimale dei fatti, ma è come contare le stelle…ci si perde.
“Il mondo è la totalità dei fatti e non delle cose , il mondo è tutto ciò che accade e anche che non accade…”
Eppure noi non percepiamo che pochissimi fatti, quelli che ci sono vicinissimi, o quelli che per una formazione – o deformazione – culturale ci si presentano come emergenti…Abbiamo notizia della scomparsa di un capo di stato ma non dell’abbattimento di un albero se non è nel nostro giardino.
Il segreto
Mi sono ricordata di quel libro che lessi molti anni fa, su suggerimento di una persona che conosceva molto bene i miei gusti di lettrice, e che letteralmente m'incantò. Era intitolato " Il segreto" e l'autore era ancora indicato come Anonimo Triestino. Mi pare che in seguito sia stata chiarita la reale identità dell'autore, ma la cosa non m'interessò più che tanto. Era delle vecchie edizioni Einaudi di narrativa, con la copertina di teletta verdolina marchiata dallo struzzo - spiritus durissima coquit - e la sovracopertina bianca. Il libro - prestatomi - non lo restituii più, tanto lo amai. Allora mi sembrava che tenere i libri significasse in qualche modo conservarne l'odore, il sapore, le sensazioni , che mi avevano accompagnato durante la lettura : quella specie di magica simbiosi, insomma, che si crea ad ogni incontro significativo con un libro, o meglio, con il suo autore.
(Ora invece cancello con determinazione ogni traccia materiale di esperienze interiori , quegli oggetti che pretendono di rappresentarle, di incarnarle, magari - peggio - di riesumarle ; ho bisogno di buttare tutto ciò che vivo nel profondo e nero pozzo del "dimenticatoio", giacché ho capito che conservare sotto vetro, per essiccamento o per mummificazione, è inutile, e anzi dannoso se si vuole tenere attiva una sorgente di energie creative. Mentre nel magma ribollente della pece , sull’orlo dell'oblio e della disintegrazione, il "ricordo" si rigenera in nuove forme vitali , il passato perde la lacrimosa scia del rimpianto, la staticità della memoria fissata con micidiali microspilli nella bacheca del collezionista, e si riattualizza in nuova ricerca...)
"Il segreto" mi è tornato in mente per un puro e semplice richiamo lessicale ma forse anche semantico.Un segreto che segna lo scatto fra l'essere e l'esistere, che come uno svincolo provvidenziale collega le due corsie : condotto nutritivo, cordone ombelicale,che con incomparabile osmosi somministra su un versante la forza di sopravvivere e sull'altro l'indicibile godimento della energia pura.
INTENSAMENTE
Non m’interessa la “civiltà”. Né tantomeno la “correttezza”.
M’interessa solo la qualità. La qualità è intensità. E questa comporta chiaramente un concetto di tempo, di durata. Ma non parlo del tempo misurato dall’orologio. Una intensità che dura pochi istanti ( quel che ad essi equivale interiormente) è trascurabile, ormai l’ho capito ( un tempo me ne accontentavo). Persino il piacere che si esaurisce senza lasciare una traccia sensitiva non m’interessa più, e si sa che il dolore dura più a lungo del piacere : il piacere che non ti fa dolere qualcosa il giorno dopo è stato un piccolo piacere, che forse non vale neanche la pena di vivere.
La scommessa è dunque questa : dare durata all’ineffabilmente intenso.
Ma come? L’intensità è di certo legata al penetrare. Ciò che penetra necessariamente disconnette, divarica, infilza, schidiona, sbriciola, lacera…Ma la tendenza dell’io a mantenere una parvenza di coesione intorno a un grumo d’identità – magari artificiale ma nondimeno faticosamente assemblato- resiste…
Nina 5
Ha fatto la valigia – i suoi pochi stracci – e se n’è andata.
Finalmente.
Alla fine deve aver creduto che le dicessi di restare, o almeno di farsi viva.
Non ho fiatato.
Raccoglieva le sue cose – ciarpame – sempre più lentamente.
In ultimo sembrava che si muovesse al rallentatore.
Ho riso.
Lei si è voltata mentre toglieva una maglia da una gruccia – lentissimamente – e ha detto : - Perché ridi?
Non sapevo che rispondere e me ne sono andata in cucina. Non volevo darle l’impressione di stare a guardarla, magari l’avrebbe interpretato come un invito silenzioso a desistere.
Salutandoci ci siamo baciate. Io non avevo preso sul serio quel bacio, credevo che fosse un semplice commiato. Innocentemente ho spinto il viso in avanti. Lei ha avvicinato il suo tenendolo leggermente girato come chi si appresta a baciare una guancia; invece all’ultimo istante ha virato e mi ha baciata sulla bocca.