En métaphore
Mi ricorda la testa di un piccolissimo uccellino quando per la prima volta all'alba del mondo si affaccia sul crinale del nido. Ma già il suo tenero becco ricurvo chiede, chiede, chiede...Ha il colorito delicato del capino implume, quel rosa-viola su cui a uno sguardo attento si svela il sottile rilievo delle vene : impossibile credere che un così minuscolo e irrilevante sistema distributivo possa sostenere la formidabile spinta della vita, quando l'uccellino affamato con indomabile energia ergerà il suo gracile collo, sporgerà il beccuccio ricurvo e vorrà saziarsi del suo quotidiano insetto vivo.
...Fu (l'uso del tempo verbale - passato remoto - non è cronologico, ma semantico; e a questo proposito molto ci sarebbe da dire sull'uso dei tempi che niente hanno a che vedere con le "distanze misurate dall'orologio") proprio nel momento in cui disse : "Ma io, Sara, non ho niente da dire ", che in lei si verificò quel precipitato che potrebbe sembrare infantile ma forse non inadeguato definire di "ammirazione" e comunque di illuminazione nei confronti di una identità altra che fino ad allora le si era sottratta ( o così almeno le era parso) mediante la fittissima rete ( o meglio, maglia) di parole - nessuna delle quali era sicuramente di troppo o fuori bersaglio - ma che nell'insieme le rimandava un effetto ostativo come di una porta - che pur sottile e leggera nel suo apparire - non si apre e ancora non si apre, resistendo tenacemente e forsanche con una sfumatura beffarda ( e non nel senso di una voluta derisione, ma nel senso prodotto dalla elementare constatazione di una realtà di fatto : una porta che, en dépit de tout, NON si apre).
E malgrado che lei di rimando esprimesse tale agnizione con goffe e infantili parolette, alla fine le fu chiaro il senso di tutto ciò che lui le aveva detto ( o non detto) di quel sé che era aldilà della fitta maglia di parole . Il senso soprattutto - estremamente per lei liberatorio in quanto le confermava un itinerario e una meta a cui lei stessa sentiva di aspirare ma che ancora le risultavano confusi e , a volte, inaccessibili alle sue forze - il senso insomma di quel "TOGLIERE" e di quel percorso À REBOURS (l'andata facile e rapida, il ritorno milletricamente paziente nel frenare e nel togliere).
"Dunque mi metto a ritornare e a rifar tutto con piu' fatica che posso; mi do' il METODO (si dice) ,che comporta : sterilizzare il Motu proprio quandanche sia il Motu benedetto , guardar da fermi (e riguardare,ovvio) e levare."
La morte di Webern
Poco più di 60 anni fa , in una sera di settembre del 1945, moriva a Mittersill vicino a Salisburgo Anton Webern. Una morte paradossale, la sua, e anche abbastanza oscura : inconsapevole vittima di un affaire di mercato nero in cui erano coinvolti soldati delle forze di occupazione, fu ucciso da tre colpi di pistola sparati da un certo Bell , cuoco dell’esercito americano, che scambiò il brillare improvviso di un fiammifero con quello di un’arma da fuoco.
Webern si stava semplicemente accendendo un sigaro, mentre passeggiava davanti alla casa della figlia da cui aveva cenato. Morì durante il tragitto verso l’ospedale.
La tipica morte “ assurda “, del tutto fortuita, incongrua rispetto alla persona da essa stroncata.
Un lampo accecante nel buio e scoppi fragorosi nel silenzio della notte segnarono la morte di un artista per cui l’ultimo raggiungimento della musica doveva essere il silenzio , che nella sua creazione aveva fatto “un uso funzionale del silenzio”. Basta il modo con cui lui si è avvicinato a Bach e lo ha elaborato, per comprendere il suo particolare genere di ascesi, il suo “rifiuto della carne e del sangue”.
Proprio quel sangue che gli zampillò sul petto e in faccia al momento della morte.
Eppure Rilke dice che ciascuno porta con sé la “sua” morte, e non nel senso generico di fine obbligata della vita, che è scontato, ma in quello delle particolari forme e modalità in cui essa si realizzerà.
In tal senso la morte è come l’Amore di Phèdre “ tout entier à sa proie attaché”.
E questa appartenenza, questa corrispondenza della morte a colui che addosso se la porta fin dalla nascita, può determinarsi o per affinità o per contrasto : contrasto anche il più scioccante, il più bizzarro, di cui il capriccio di dio possa compiacersi.
Ecco dunque perché ci sono morti simiglianti e morti dissimiglianti…

COPULA
( per Yukel)
Lui nella notte la scuote - il suo piccolo esile, quasi emaciato, corpo addormentato accanto a lui - è così spossata che non riesce a svegliarsi, ma lui la scuote selvaggiamente, prepotentemente, persino brutalmente , esige che lei lo accolga - accolga quell'onda che gli sale dentro - nel momento in cui il borbottio-chuchotement del magma originario si articola in parole - così come successe a dio -
e contro le labbra fredde di lei semicosciente, lui versa il seme magico delle sue incandescenti parole...

E’ curioso come, pur essendo un film che rimanda a una visione della vita disincantata fino al cinismo, priva del tutto di ottimismo sulla natura e sul destino dell’uomo, mi ispiri , ogni volta che lo vedo, una feroce
allegria.
Sarà forse effetto della superba colonna sonora di Nymand, che rielaborando musiche e temi di Henry Purcell, in perfetta aderenza con il tracciato del film, celebra i limpidi splendori di un minimalismo iterativo e scioccante.
Sarà quella visione “contrattuale “ del sesso, così scevro dai paludamenti del sentimento, con quegli amplessi discorsivi ma non privi di lascivia, quello spogliarsi e muoversi efficiente, controllato, preciso al millimetro. Saranno quelle visioni di geometrici giardini, - “più verdi di quanto non sia mai stato o sia un paesaggio inglese per un massimo di tre giorni, diceva Greenaway- in cui la bellezza sottende l’arcano codice dei numeri
Sarà l’affacciarsi imprevedibile dell’assurdo, del barocco, dell’eccesso – ora nell’apparizione surreale dell’uomo di pietra ( statua vivente di cui è lasciato allo spettatore intuire, supporre, ipotizzare la reale funzione : semplice ornamento escogitato da un bizzarro e dispotico signore o piuttosto vero deus machinae di tutto l’imbroglio?) , ora nel torreggiare delle esagerate parrucche più grandi di quelle indossate da qualsiasi europeo del XVII secolo – ora, ancora una volta, nelle sottolineature spavalde della musica.
E i dialoghi serrati, dimessi nel timbro e nel tono della voce quanto letterari e artificiosi nel lessico e nei costrutti, che tanto ricordano Choderlos.
Oppure semplicemente mi è congeniale la situazione di base : l’apoteosi implicita dell’atto del guardare ( il protagonista , Mr. Neville , è un disegnatore che deve riprodurre sei viste a sua scelta di un magnifico parco).
Guardare come tensione continua a penetrare, oltre ciò che appare , la “realtà” vera, anche se il film con la sua conclusione sembra indubbiamente suggerire che chi penetra “oltre”, paga con la vita, la società lo elimina.
NINA 3
Nina è venuta stamani presto.
Lei è un tipo che non dà scampo.
Se dormi ti sveglia.
Se sei in bagno viene anche lì
e bussa alla porta della doccia.
Nina porta sempre doni
In genere roba da mangiare.
Le piace offrire cibi golosi e
mangiarli insieme al destinatario del dono.
Anche lì non c'è scampo.
Ho mangiato con lei alle ore più impensate.
E' un bel rito, farlo con lei.
Non si parla : vietato.
Divide il cibo in due parti esattissimamente uguali,
(fa l' operazione con assoluta concentrazione),
me lo serve e inizia a mangiare il suo
guardando me che mangio il mio.
E mentre mastica sorride.
Non so se si accorge di quel sorriso,
o se le si disegna sul viso come una
specie di riflesso automatico del piacere che le dà il cibo.
Mangiare con lei è come ballare insieme
una di quelle danze in cui ci si tiene a distanza
ma si è legati insieme dallo sguardo fisso
dell'uno negli occhi dell'altro.
RETRATTILE

Retrattilità : caratteristica per cui certi individui - animali o vegetali -
stimolati da agenti esterni che non rientrano
nel loro sistema previsionale di esperienze note
- in cui la sopravvivenza sia comunque salva -
si ritirano nei ripari (cavità, gusci o altro)
che la Provvida Natura ha messo
a loro disposizione.