LINNAEUS
Imbattendomi in distese di stupende creature vegetali - che schiudono in piena innocenza la loro scandalosa bellezza - una parte del mio cervello è pronta a scattare :
"come si chiamano?"
Io lo chiamo lo spirito di Linnaeus.
Anzitutto nominare.
Bisogno del cervello umano : fecondo o funesto?
Nominare è in fondo puntellarsi; di fronte alla vertiginosa bellezza del creato, al mare inebriante dell'Indistinto,si ha bisogno di sostegni.
Eppure si vorrebbe provare la smemoratezza del garçon sauvage, quella sua carnale fusione con il mondo.
Nel bel film di Truffaut l'educatore "illuminato", il dottor Itard, ci prova a "civilizzare" la creatura selvaggia...Nominare è il primo passo per dare ordine al mondo, poi verrà collegare, assemblare, categorizzare, catalogare, concettualizzare..
"Che me ne importa del nome?" - è la seconda cosa che mi dico. Penso al grande Shakespeare: forse che la rosa perderebbe il suo profumo...con quel che segue.
E mi butto a capofitto a deliziarmi del loro fresco abbraccio.
LUOGHI (3)
SAN ROSSORE
C'era un odore di bosso e di merda secca, mischiati insieme in un aroma inconfondibile. In quella splendida SALA DEL TRONO ci si poteva imbattere infatti in monumentali ziggurat di escrementi umani, tracce del passaggio di raminghi pressati dall'urgere della sacra fisiologia. Significativamente, ci si arrivava dopo una lunghissima camminata ( o così mi pareva) su una landa sterposa, che la natura provvida aveva dotato di un rovo strisciante armato di minuscole lappole acuminate . Non solo queste si attaccavano alle scarpe, alle calze, agli abiti, ma inavvertite s'insinuavano sotto le vesti e camminavano per loro conto, dando segno di sé al momento in cui, magari sedendoti, te le ritrovavi fra le cosce.
E' certo comunque che per arrivare alla meta, era necessario un ATTRAVERSAMENTO, parte integrante del piacere che mi procurava l'impresa. Alla fine giungevo a quel piccolo cerchio di bossi lecci e pinastri. Il trono era un tronco tagliato, anch'esso circondato di rovi ; si doveva attraversarli ( pagando come tributo stillanti graffi ai polpacci) e poi inerpicarsi sul sedile la cui inclinazione era tale da potercisi trattenere a fatica, puntellandosi con le mani che s'imbrattavano di resina.
Che cosa mi tratteneva lì per lunghi minuti? Il piacere di scomparire alla vista di chi mi accompagnava? La mistura di odori penetranti sempre in bilico fra il fetore e il profumo? La voce del mare invisibile ma poco lontano?
Godevo allora della tranquillità interiore di certi credenti: non Lo vedevo, ma sapevo che Lui c'era.
LUOGHI (2)
STRADE PERDUTE
In certi miei sogni ricorrenti mi trovo in un interno, un appartamento, in cui non ho mai abitato ma che, sussultando sulla poltrona di un cinema ,“riconobbi” la prima volta che ebbi modo di vedere uno dei film che più amo : Lost Higway (Strade perdute) del grande Lynch.
Di esso è soprattutto la prima parte che esercita su di me un magnetico incanto, in una forma emotivamente assai diversa, più intensa, quasi simile a una trance, rispetto al normale diletto che procura un film che “piace” .
E l’appartamento è quello del mio sogno, indubbiamente.
Un appartamento molto buio, con lampade accese anche in pieno giorno, con pareti che sembrano quinte e finestre simili a feritoie ( mentre fuori c’è una luce accecante)
In questo ambiente si dicono cose come :
ho fatto un sogno la notte scorsa..tu eri in casa e mi chiamavi per nome…io ti cercavo di stanza in stanza, ma non riuscivo trovarti…a un certo punto ti ho visto sdraiata/o sul letto ma non eri tu..sembravi tu ma non eri tu.
Oppure : non sembravi tu ma eri tu.
C’è una scala con una ringhiera di ferro da cui si accede a un piano superiore. Qui c’è più luce – grande finestra – ma l’illuminazione è a zone, per cui ci si può parlare avendo il corpo illuminato fino al collo e il viso del tutto in ombra.
So che da qualche parte c’è pure un lucernario.
I lucernari da sempre mi attirano e mi fanno paura : è forse il gesto a cui inducono di rovesciare la testa e guardare dal basso quel riquadro di luce lassù in alto. A collo piegato e a testa orizzontale si è indifesi, non sai che cosa può succedere al restante del tuo corpo, che non ha occhi.
Ancora brandelli memorabili di dialogo ( non so se del sogno o del film)
- Hai una videocamera?
- No, le detesto
- Perché?
- Preferisco ricordare le cose a modo mio, come le ricordo io, non necessariamente come sono avvenute.
E infine, in quell’appartamento tu sai che può avvenire – o essere avvenuto? – di tutto: sesso, violenza, amore, inganno, follia… E non sai come distinguere l’una cosa dall’altra.
Gerico
Nel luminamento misterioso di un Amore ci sono parole-chiave che come gli spiritelli che Cavalcanti inviava alla sua donna, portatori dei suoi sospiri e dei suoi spasimi, hanno una loro perentoria fisicità . Esse come minuscoli corridori fanno la spola fra i due amanti a ravvivare una languidezza, spianare un cruccio, far sbattere una palpebra, vellicare un labbro, soffiare delicatamente su un bruciore sommerso, recare un odore….
Così, nello spazio quotidiano fattosi improvvisamente vuoto di suppellettili e di corpi, nella luce diventata da crepuscolare a meridiana, nel silenzio spalancatosi abissalmente nel falsopiano dei rumori abituali,
quella parola – innocente nella sua inapparente densità di significato –
risuona come le trombe di Gerico.
LUOGHI (1)
WUNDERKAMMER
Lo confesso : sono un’appassionata estimatrice di Wunderkammer. Ne ho visitate molte, concedendomi tempi strabilianti che hanno fatto spazientire chi mi accompagnava al momento: è chiaro che a chi non ne subisce il peregrino fascino basta un’occhiata e via.
Eppure…Come dimenticare una enorme farfalla fatta di ali di farfalle o il basilisco assemblato con parti del pesce razza? Le cose più disparate, insomma, allineate con totale sprezzo di ogni criterio classificatorio – accorpate per arbitrio del caso o, al massimo, per comunanza di origine, senza alcuna pretesa di valutazione e di selezione.
Mirabilia – naturalia et artificialia : recitavano le insegne, in un ingenuo sogno di fondere arte e natura e di “ricostruire l’universo in una stanza”.
Ma i messaggi che le “stanze delle meraviglie” trasmettevano – e le corde che facevano suonare - erano molteplici, essendo la loro epoca, manieristica e barocca, polisemica per vocazione, al contrario della nostra, appiattente e appiattita sulla monosemia più squallida.
Perciò pur essendo anzitutto segno del prestigio e del potere dell’Augusto Collezionista ( Principe laico o religioso che fosse, Scienziato o Artista) che se ne fregiava, volevano mostrare la mirabile e incontenibile e sorprendente varietà del creato (naturalia) e con essa la prodigiosa abilità della mano umana (artificialia).
Malgrado l’ottimismo dell’assunto celebrativo, il memento mori non manca mai di aleggiare nelle “meravigliose stanzette “ o studioli in cui fanno bella mostra di sé, assiepati in polverose scansie ( la polvere non denota necessariamente trascuratezza del personale di custodia , ma è parte intrinseca dello spiritus loci) – scheletri interi o di parti, crani, arti – umani e animali – feti e altri resti fossilizzati, maschere mortuarie, e via dicendo. Né manca il soffio orrorifero del mostruoso , né l’angoscia del pauroso; e del resto la paura e l’orrore sono parte integrante della meraviglia, essendoci in essi una forte componente di sorpresa che proviene dalla deviazione dagli schemi abituali. Spesso l’orrore nasce dallo stravolgimento della misura (grande-piccolo), o dalla proliferazione inaudita di elementi al posto di uno, oppure ancora e più spesso dalla mitica commistione di animale/vegetale o animale/minerale.
E pur amando delle Wunderkammer l’eclettismo, l’incongruenza, la bizzarria e il sorriso, sono consapevole dei risvolti oscuri che rendono seducenti queste “raccolte di cianfrusaglie” : voyeurismo, feticismo, necrofilia…
“Il mondo perirà per carenza non di meraviglie, ma di meraviglia”: così dice Haldane, genetista matematico, citato da Lawrence Weschler alla fine del suo curioso libro “ Il gabinetto delle meraviglie di Mr.Wilson”
( Poca cosa però in confronto allo splendido libro di Adalgisa Lugli, grande storica e appassionata delle Wunderkammer, purtroppo oggi introvabile e mio perenne oggetto di ricerca)

G. Arcimboldo , L'Inverno
ERSCHEINUNG
Fase di relativa solitudine, se si escludono le sempre tempestiva apparizioni e altrettanto tempestive sparizioni del Mio Angelo. E sicuramente la sua angelicità si misura più con la capacità di sparire che di apparire. Giacché apparire non è difficile come sparire. Al momento giusto, s'intende.
Quando mi aduggia lo zelo pallido delle sempre ricorrenti ricerche (essendo chiaro ormai che mi muovo solo per ricercare ciò che SO di non poter trovare), Lui appare come l' Angelo di George.
Irrompe nella stanza, per così dire.
Le braccia cariche di brocche di biancospino, per così dire.
E la fronte giovanile cinta di rose - autentiche floribunde candide.
Davanti a me rapita lascia cadere qualche fronda, e me china a raccoglierle inonda del celestiale aroma del suo ventre.
Partì stamani all'alba.
( libera elaborazione di Stefan George)
CHIASMO
C. G. Jung ha sottolineato che in ogni intimo incontro fra un uomo e una donna vi è sempre uno scambio incrociato, che coinvolge l'uomo e la sua anima femminile, Anima, da una parte, e la donna e la sua anima maschile, Animus, dall'altra. La Brhadaranyaka Upanishad (IV.3.21) dice che "come nelle braccia di una donna amata perdiamo ogni distinzione fra l'esterno e l'interno, così l'essere umano (purusha) abbracciato dall'assoluto onniscente (prajnatmana) è soddisfatto in ogni suo desiderio (kama); solo il desiderio dell'assoluto persiste, ogni altro sparisce, così come sparisce ogni dolore".
Miniatura indiana del XVIII secolo, Jaipur