Scritto sul corpo
Il corpo ha un alfabeto.
Anzi
Il corpo è un alfabeto.
Come quella piccola vena mauve.
A volte guizza, come una lucertolina.
E' un lampo : s'inarca, la lucertolina crestata.
Come gli oggetti magici delle favole,
dice : prendimi, prendimi.
[ a volte questi inviti celano trappole
ed esiti catastrofici per il nostro eroe].
Così non so resistere.
La sfioro con la punta del dito,
poi con le labbra,
poi con la lingua.
E le parlo.
Variazione sull'immagine in fondo al pozzo
...Paragona Auschwitz a un profondissimo pozzo oscuro alla cui sommità si è affacciato per seguirli durante la loro caduta; ma sporgendosi quello che può vedere è soltanto un buio assoluto dove ogni immagine si confonde nella più totale oscurità.
E posto che un debole raggio di sole possa penetrare quel nero profondo, apparirebbe dal fondo del pozzo soltanto la superficie riflettente dell'acqua stagnante e su quell'immagine incerta lievemente mossa, apparirebbe certamente la sua figura che si affaccia dalla sommità del pozzo.
Dunque Auschwitz è un'immagine riflessa, si dice, e lo sforzo che sta compiendo è ripagato soltanto dall'apparizione del suo volto che scruta il buio e finisce per incontrare se stesso ; cerca Auschwitz e trova se stesso.
Le variazioni Reinach, Filippo Tuena
Drancy
Quello che mi fa impazzire, quando leggo ancora qualcosa su loro – ultimamente un libro*, molto intenso, in cui si rievoca il centro di raccolta di Drancy nei sobborghi di Parigi, che anni fa visitai – è il fatto che loro non sapessero che cosa li aspettava.
Così , è ancora una volta un pensiero sul tempo : il quale cessa di essere lineare , orizzontale, unidirezionale ( la stramaledetta linea del tempo) per diventare se mai una spirale nel senso
dell’alto-basso.
Ecco : precisamente io che li guardo dall’alto del pozzo – nel “ fer de cheval” di Drancy come nelle stazioni o nei grandi piazzali in attesa delle destinazioni - ho allargato la mia visuale della loro vita e so che cosa li aspetta. Vedo il dopo, di cui “loro” erano all’oscuro e su cui si interrogavano con impotente angoscia - anche se non vedo il mio, il mio dopo.
Per cui penso che qualcuno che stia sul ramo più alto del grande fico accanto al pozzo possa vedere anche il poi della mia stessa vita.
In questo preciso istante il tempo diventa spazio, la distanza permette la visione, l’allargamento dei confini, lo sfondamento degli orizzonti del qui ed ora.
Ora io, creatura limitata e piccola come loro, so di loro ciò che loro allora non sapevano.
* Le variazioni Reinach, Filippo Tuena

....Da dove veniva? Da quanto tempo era prigioniera di quella trappola trasparente e perenne? E, a pensarci bene, era reale?
La giovane donna imprigionata sotto il ghiaccio sembrava fragile e tenera come un sogno. Il fulgore della sua chioma d'oro risplendeva come fiamma di torcia.
Le sue palpebre, benché chiuse, lasciavano trasparire il blu gelido degli occhi, come se l'usura del ghiaccio avesse reso diafana la tenue pelle che proteggeva lo sguardo. Il suo viso era bianco come la neve.
Yuko la guardò in silenzio, soggiogato da tanta bellezza.
(Maxence Fermine, Neige)
Retour chez moi
Stamani lunga passeggiata nel bosco...sotto la "mia" pioggia.
Oh, tiepidi lavacri.
Quanto mi è mancata questa pioggia.
Lassù solo neve e gelo.
Come la principessa dei ghiacci della favola , trasferita in un clima (quasi) tropicale, richio di morire di voluttà del disgelo.
Credo che rimarrà di me solo una piccola pozza di acqua ai piedi di un albero.
OGGETTI 3
GRAZIANO SPINOSI - SENZA TITOLO
fiberglass cera - grandezza naturale

"Quando si contemplano oggetti o costruzioni che sembrano riposare in se stessi, la nostra percezione si attenua e si attutisce in un modo del tutto particolare. L'oggetto che percepiamo non ci impone alcun messaggio, è lì, semplicemente. La nostra percezione si fa silenziosa, cessa di essere prevenuta e possessiva. Si trova al di là di segni e simboli. È aperta e vacua. Come se guardassimo qualcosa che non si lascia trascinare al centro della coscienza (…). Vedere l'oggetto significa anche, ora, intuire il mondo nella sua interezza, poiché in quel che vediamo non c'è nulla che non possa essere capito" (S.P.Zumthor)
.
OGGETTI 2
[Mi ha sempre colpito – fin da bambina, ricordo - il persistere, dopo la morte di una persona, degli oggetti che le sono appartenuti nella più stretta intimità, magari per lunghi periodi.
Per esempio le scarpe. Ho intuito la limitatezza umana assai precocemente, scorgendo in un angolo della stanza le scarpe di una persona morta nella notte. Erano assolutamente le stesse scarpe, indossate da lei il giorno prima, con i lacci ricadenti in quel preciso modo che lei li aveva allentati.
Imperturbabili. Niente più di quelle scarpe materializzò la sua morte.]
Niente ricorda i morti come le loro scarpe, che , immobili sul pavimento, o su una mensola, o in un armadio, così come sono state lasciate, aspettano, immemori e imprevidenti, di essere di nuovo calzate. Esse sono le immagini più compiute di un’assenza, dell’Assenza.
OGGETTI
Il mio rapporto con gli oggetti è particolare. Non so se sia comune o meno ma mi pare di capire che in genere , essendo gli oggetti inanimati, il rapporto di un soggetto pensante con un oggetto è un flusso unidirezionale. Cioè il primo riversa su qualcuno di essi qualcosa di sé, lo satura di un proprio sentimento, per così dire “gli dà vita”, gli imprime un suo marchio che glielo rende caro.
Per me è il contrario : oggetti a me del tutto sconosciuti , che non hanno assolutamente alcun legame con la mia esperienza, entrano – con clamorosa irruzione o , al contrario , con impercettibile progressione – nella mia orbita e mi attraggono.
Potrei dire che sfuggo – anzi aborro – la significatività degli oggetti. Il loro essere un “ricordo”. Il loro essere il segno di una relazione. Non riesco a comprendere quelli che si circondano di oggetti – feticcio, che in qualche modo costituiscono specie di sintesi biografiche, come se il vissuto potesse essere musealizzato, mummificato.
Forse è per questo che non tengo ad avere foto personali, ma colleziono foto d’epoca – la distanza temporale è un’ulteriore forma di estraneità - di persone a me del tutto ignote. E’ un interesse che son certa ha a che fare con l’idea della morte, e che mi ha molto aiutato a superarne l’orrore. Quando osservo vecchie foto ingiallite – scolaresche, gite in campagna, ricorrenze familiari, cerimonie d’altri tempi – mi sembra che si materializzi questo oceano di vite, di vicende, di esseri, da cui diventa naturale, e forse persino morbosamente gradevole, essere inghiottiti.
Mi piacciono tutti gli ambienti in cui la estraneità degli oggetti è d’obbligo : gli alberghi, le stazioni, gli alloggi provvisori. Contrariamente a quanto fanno molti, questi ultimi non li personalizzo mai. Mi sembrerebbe di annullare una possibilità di vera interazione fra me e questi spazi estranei. Aspetto che siano loro a dirmi qualcosa, altrimenti…pazienza.
L’oggetto che mi attrae è l’oggetto che non ha niente a che fare con me. Nessun legame, né affettivo, né estetico. Non so dire perciò che cosa mi leghi ad esso. Sembrerebbe che il flusso stavolta parta appunto dall’oggetto e non dal soggetto ( cioè io). E’ l’oggetto che mi chiama, che mi vuole. In genere lo percepisco nettamente. Forse mi attrae proprio con la forza dell’estraneità, - forse anche l’estraneità è un “sentimento”- , dell’assenza di motivazioni al reciproco interesse.
L’esperienza più eclatante in questo campo è quando la mia faccia nello specchio sembra uno di questi oggetti.
Vita, non abbandonarmi. Comunque tu sia, cactus, coltello,
daga, cappio, ferro in fuoco, oscurita, malsanía,
sei sempre vita, e frullina e leggiadra e civetta:
anche se nonostante, continuo ad amarti.
Comunque tu sia, laida e scrignuta e streghesca e malvagia,
sei sempre vita, e preziosa nel mio lapidario.
Verde riviera, non abbandonarmi:
anche se involto d'atroce malinconia,
non voglio smarrirti, zitella dal fiato pesante,
guercia bigotta, garrula becchina ,
tu rogna e affrancatura, tu amore, mia vita,
tu limpida vita, tu vita inimica, ma vita.
Angelo Maria Ripellino