Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
lunedì, 28 febbraio 2005

                                                    Notti (2)

 Camminiamo fianco a fianco in queste notti gelide. La indispensabile sovrapposizione di indumenti – a cui non sono costituzionalmente abituata – mi dà la sensazione di spostarmi in un’armatura medievale; ho scoperto comunque il sottile piacere di barricare il volto, di girare con solo gli occhi scoperti, il corpo celato in lane, pelli, cuoi; io, creatura mediterranea indefessa espositrice del corpo nudo alle carezze micidiali del vento, del freddo, del calore. Io, degustatrice dei piaceri da “piccola fiammiferaia”.

 

Camminiamo spalla a spalla in queste notti gelide, le bocche imbavagliate , le fronti sepolte: il silenzio è d’obbligo.

Entriamo e usciamo in locali incredibilmente affollati, sfavillanti di luci o immersi in dense penombre. In tutti comunque il caldo ovattato degli interni di un paese freddo. Mi si accendono le gote come a una scolaretta eccitata. Le relazioni fra i corpi sono leggermente trattenute, contenute, con qualche sorprendente traccia di manierate etichette. In compenso la ricerca dello sguardo – una insostenibile durata degli occhi-negli-occhi – è sfacciata, impudente, insistente. La gente di qui ha un modo tutto particolare di esporre il volto : una nudità senza riserve, infinitamente naturale. Io molto spesso abbasso il mio.

 

Mentre  B. ininterrottamente mi parla di  Emmanuel Lévinas.

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domenica, 27 febbraio 2005

 

Ritorni

E’ ritornato. Non ha detto nulla.
Era chiaro però che aveva avuto un dispiacere.
Si è coricato col vestito.
Ha messo la testa sotto la coperta.
Ha ripiegato le gambe.
È sulla quarantina, ma non in questo momento.
Esiste – ma solo quanto nel ventre di sua madre,
al di là di sette pelli, al riparo del buio.
Domani terrà una conferenza sull’omeostasi
nella cosmonautica megagalattica.
Per il momento si è raggomitolato, dorme.

Wislawa Szymborska

(leggetela)

 

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domenica, 27 febbraio 2005

              Notti

In certe notti vuote, gli oggetti ti guardano.

Notti vuote? Certo, ci sono notti vuote e notti piene.

Nelle prime l'aria fra te e gli oggetti si fa sottilissima e raggiante come in alta montagna. Gli spessori scompaiono e tutto diventa bidimensionale. Le cose si accampano sullo sfondo come le forme piatte e lucide di un collage; le tue pupille ferme bruciano l'orlo delle palpebre e fanno traboccare sul mondo il loro umore vetrino.

Nelle seconde invece respiri ovatta che t'intasa il naso, ti occlude gola e orecchi, ti stende un velario sugli occhi. Il vapore che riempie il mondo è un veleno mortale, e tu non puoi fare altro che scegliere di respirare il più a fondo possibile quell'aria contaminata.

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sabato, 26 febbraio 2005

Caduta nel tempo

 

Tempo fa, ascoltando una incisione di un concerto live di Glenn Gould (era un concerto di Brahms) mi sono resa conto a un certo punto che anziché seguire i formidabili polpastrelli di Glenn che mi diteggiavano l’anima, avevo incominciato ad essere distratta da dei colpi di tosse che la registrazione aveva rilevato con  tecnologica esattezza. Dapprima  ne sono stata quasi stupita, irritata , infastidita,  poi a poco a poco quei colpi ora secchi ora affannosi, resi angosciosi dall’evidente tentativo di trattenerli e di soffocarli, hanno guadagnato quasi completamente la mia attenzione.

Nelle pause, non molto lunghe fra loro, li aspettavo, ne notavo la varietà ,ci percepivo ora il singulto lo spasimo della gola martoriata, ora il rivolo di catarro che la ingrossva, ora il  soffoco di una mano che invano tentava di attutire il rumore….di un colpo la situazione iniziale si era rovesciata, era quella tosse  l’elemento primario che polarizzava il mio ascolto e la musica si allontava sullo sfondo, come un accompagnamento impersonale, anonimo.

Con una vertigine  quella tosse mi ha dato il tempo della vita umana , più della musica, nella sua empirea atemporalità.

 

Così mi è accaduto di nuovo ascoltando questa volta arie barocche eseguite alla viola da gamba da Jordi Savall. Si avvertiva sulla musica in modo quasi clamoroso il respiro dell’esecutore, un respiro pesante, molto maschile, a tratti quasi ansimamte, che faceva pensare a un abbraccio amoroso dell’uomo con il suo stupendo strumento. Per contrasto pensavo all’altro suono umano molto nettamente percepito nelle Goldberg dell’ 81 di Glenn Gould : il suo canterellare ascetico, autistico, di  uomo chiuso nella sua “fortezza vuota”. Così diversi fra loro quei due segni rimandavano a umanità molto diverse fra loro, a passioni diversamente vissute, a idee del mondo opposte ma complementari.

 

Certamente i due Grandi hanno volutamente lasciato che quei suoni umani “sporcassero” le loro esecuzioni, pure così spasmodicamente tese verso la perfezione…

 Ma è proprio l’unghiata d’imperfezione che rende irresistibile la perfezione.

 E allora...il Paradiso sarebbe tale solo perché c'è stata una Caduta?

 

 

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sabato, 26 febbraio 2005

    ALFABETO   DEGLI OGGETTI

 

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sabato, 26 febbraio 2005

 

Script ( o sogno)   /  Sogno (o script)

 

1. Piccola troupe di attori nomadi.

In un piccolo centro come Senigallia (fiera di Senigallia)

Una di loro - una giovane donna- percorre in bicicletta un sentiero.

E’ un viottolo campagnolo, lungo una valle piena di verde.

La donna inspiegabilmente si ferma – forse ha un malore- e si accosta  a una delle case che si vedono sulla destra. Sono modeste  case basse, con una tenda al posto della porta. Una di esse è sollevata e all’interno si vede gente : sembra una famigliola.

La ragazza entra, è accolta con umile garbo dai presenti: il padre, la madre, un bambino, un ragazzo che sembra disteso per terra…Dissolvenza. (C’è anche un cane ma per ora non si vede)

 

2. Soggettiva del ragazzo

Troppo grande per stare così disteso sul pavimento. Ma me lo concedono perché non capisco troppo. Già, non capisco tutto, anzi capisco poco. La gente non mi ama. Questa ragazza ad esempio…ma no, non devo inventarmi le cose. Questa ragazza sono io. La vedo davanti a me, ma in realtà sono lei.

Gli altri la trattano con molta cortesia ma il cane l’azzanna.

 

3. Il ragazzo è perso nel mondo. Ha fatto il male  e  sta male. Vuole tornare a casa. Ma sogna il suo ritorno e vede i suoi che l’accolgono gettandoglisi addosso come belve pronte a sbranare. Vede la bocca spalancata di sua madre  con la saliva che le gocciola fra i denti come alle fiere dei cartoni animati.

 

4. Sono passati anni e la troupe nomade torna alla fiera di Senigallia.

La ragazza in bicicletta torna a visitare la famiglia amica : la trova mirabilmente prospera e felice – accresciuta nel numero dei membri. Il bambino è diventato un uomo e ha una sposa ( una ragazza slava). Il padre e la madre hanno serbato la loro umile serenità. Compare pure un nonno – o un vecchio zio – che prima non c’era.

Il cane è morto.

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venerdì, 25 febbraio 2005

    Ritratto ( a E.)

Ombrosa come i cavalli di razza, scarta senza motivo.

E d'improvviso volge gli occhi pieni di una misteriosa follia.

Così dovevano guardare le antiche Sibille, con occhi vuoti di sguardo.

A volte ha  gesti fuori controllo, di durata minima ma lancinanti : uno sfarfallio delle mani, un passo claudicante, un inarcarsi del collo, uno scrollarsi dei capelli. 

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giovedì, 24 febbraio 2005

Fra l’arte e la morte c’è un legame profondo, l’arte e la morte sono sorelle.

 Perciò chi ama l’arte – parlo di quella  specie di amore che nel momento in cui si manifesta ti fa percepire in qualche modo te stesso -  ha in sé inevitabilmente  germi mortiferi.  Perciò chi è sano, perfettamente sano, rifugge dall’arte, non l’apprezza, perché inconsciamente se ne rende sordo, si sottrae insomma al canto delle sirene.

L’arte è sorella della morte,  perché rapisce la vita e la sottrae per sempre all’inganno del tempo. E dunque in realtà chi ne subisce l’incanto, in tutte le sue forme, non è che un necrofilo, un adoratore della morte e del piacere che la sua contemplazione può dare.

La sindrome di Stendhal non  è che  lo smarrimento di chi avverte l’ala beffarda della morte : chi è estraneo alla morte somatizza e si salva, chi le è affine si lascia prendere dal suo incanto ed entra nel suo cerchio fatale.

L’ emozione che dà l’arte è estraniante misteriosa esclusiva, e lentamente disabitua ai piaceri di altro tipo. Oppure li rende strumentali.

Anche se, contrariamente a quanto pensa chi non la prova, essa ha molto a che fare con l’edonismo e l’erotismo.

A contatto con l'opera d'arte, di qualunque tipo essa sia, emergono esperienze profonde della propria vita psichica, si lacerano veli, si attinge alla sorgente misteriosa dell'associazione, dell'analogia, del simbolo. Il mondo e la vita diventano come una foresta del Douanier Rousseau.

Sicuramente tutto ciò produce una sorta di assuefazione e un progressivo disadattamento alla vita “pratica”.

L'attrazione del bello è irreversibile, come una malattia mortale.

Tutto ciò in qualche modo vale  sia per il creatore che per il fruitore, in quanto quest’ultimo, penetrando l’opera,  in qualche modo fa suo il processo creativo, ne diventa il soggetto…

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mercoledì, 23 febbraio 2005

 

      Djemilia        in     Jerusalem

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martedì, 22 febbraio 2005

 

 

 

 «Il mio Heinrich, il mio armonioso, il mio giardino di giacinti, la mia aurora, il mio crepuscolo, il mio oceano di dolcezza, la mia arpa eolia, la mia rugiada, il mio arcobaleno, il mio piccolo bimbo sulle ginocchia, il mio cuore caro, la mia gioia nella sofferenza, la mia rinascita, la mia libertà, la mia schiavitù, il mio Sabba, il mio calice d'oro, il mio calore, il mio pensiero, il mio aldilà ed il mio quaggiù desiderati, il mio peccato diletto, la consolazione dei miei occhi, il più caro dei miei affanni, la più bella delle mie virtù, la mia fierezza, il mio protettore, la mia coscienza, la mia foresta, il mio splendore, il mio casco e la mia spada, la mia generosità, la mia mano destra, la mia scala celestiale, il mio San Giovanni, il mio cavaliere, il mio tenero paggio, il mio puro poeta, il mio cristallo, la mia sorgente di vita, il mio salice piangente, il mio maestro e signore, la mia speranza ed il mio fermo proponimento, la mia costellazione prediletta, la mia piccola tenerezza, la mia fortezza incrollabile, la mia felicità, la mia morte, il mio fuoco fatuo, la mia solitudine, la mia bella nave, la mia vallata, la mia ricompensa, il mio Werther, il mio Lete, la mia culla, il mio incenso e mirra, la mia voce, la mia nostalgia, il mio specchio d'oro, il mio rubino, il mio flauto di Pan, la mia corona di spine, i miei mille miracoli, ti amo al di sopra di ogni mio pensiero....La mia anima ti appartiene.

P.S. La mia ombra a mezzogiorno, la mia sorgente nel deserto, la mia cara mamma, la mia religione, la mia musica interiore, il mio povero Heinrich malato, il mio agnello pasquale, tenero e bianco, la mia Porta del Cielo."

Credo che sia la più bella lettera d'amore che sia mai stata scritta.

L'ha scritta Henriette Vogel, la notte precedente al suicidio messo in atto con Kleist, sulle rive del Wannsee.

 

Oggi il viaggiatore può recarsi alla stazione Wannsee. Lasciare sulla propria destra il Grande Wannsee, oltrepassare il ponte ed arrivare sulla riva del Piccolo Wannsee. La tomba di Kleist è lì. Henriette Vogel è seppellita con lui, ma non c'è niente che indichi la sua presenza. 

 
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