Esterhazy

"IL MIO BUON PADRE ERA PARTITO A GALOPPO IN UNA PIANURA BELLISSIMA"
lunedì, 31 gennaio 2005

 

- Come mai zoppichi?

- Zoppico? Ma no…ho sempre camminato così…

- Questa gamba…la sinistra, la strisci con una tale grazia

- Ah sì?

- Sei pieno di vizi in tutti i sensi

- Vizi…in che senso?

- Beh…alterazioni di ciò che viene definito norma, in genere

Quando stringi la mano…ad esempio

Nel lasciare la mano dell’altro, la rovesci d’improvviso, come se tu fossi sul punto di torcerla

E la lasci lì…

E quando cammini scalzo, hai un modo di allargare le dita dei piedi…aderendo al pavimento come se tu avessi sulla pianta delle piccole ventose

E quando sorridi, alzi l’angolo sinistro della bocca sempre più di quello destro

Poi, sbuffi.

- Sbuffo?

- Emetti uno squisito ron-ron, che ti fa vibrare impercettibilmente tutto il corpo.

Basta toccarti che se ne è contagiati, si comincia sottilmente a vibrare.

Io poi, finisco con il battere i denti. Come in preda a un attacco epilettico.

- E che cosa ancora?

- Emani vapori, nebbia…un’aureola fangosa ti circonda il capo.

Un Fumus Piceus…

…che ha un odore di vecchia locomotiva..

E le tue palpebre sono decisamente troppo pesanti, quasi grevi.

Conchiglie rovesciate dal cui bordo inferiore sfugge un filo di luce che ferisce come una gibigianna.

- Gibigianna?

-Sì, gibigianna.

Occhi micidiali.

Vitrei come un lago, alimentato da infernali immissari.

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lunedì, 31 gennaio 2005

 Le cose scritte dai vecchi - uso volontariamente questa insostituibile e forte parola - hanno una grazia indicibile, a volte suprema.

Anni fa fui iniziata al Divan goethiano, e da allora porto nel mio archivio personale quelle indimenticabili parole

Unbegrentz         *     Senza limiti

Non potere finire

ti rende grande. Non cominciare mai

è il tuo destino.   Ruota

la tua canzone come il firmamento

inizio e fine eternamente identici,   ( Anfang und Ende immerfort dasselbe)

e quanto apporta il centro è chiaramente

quanto era all'inizio, e resta in fine.

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lunedì, 31 gennaio 2005

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domenica, 30 gennaio 2005

 Irresistibile bisogno di fissare con le parole questo sogno, il sogno di stanotte.

In cui l'oggetto del mio straziato amore era un insetto,una specie di grosso calabrone che , malgrado ogni cura, si deteriorava sempre più fino ad apparire condannato alla dissoluzione.

Dall'ambiente in cui ci trovavamo - una specie di atelier in cui però stavano anche armadi di abiti miei -  volevo, come di abitudine,portarmelo a casa - e allora diventava una specie di neonato tenuto delicatamente tra panni;

ma questa volta sembrava impossibile. Il suo corpo si era spezzato, frantumato, tanto che un inserviente - o assistente - sorto dal nulla lo aveva infilzato con uno stecchino per tenerne unite le parti. Chiedevo ansiosamente se così "sistemato" poteva sopravvivere, se le parti potevano "riattaccarsi"...

Risposte vaghe, però lui era vivo. Alla fine dovevo prendere in considerazione l'idea di lasciarlo lì, di non portarmelo più a casa.

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sabato, 29 gennaio 2005

                                PLOP

Ancora sull’inghiottire e l’essere inghiottiti.

Fantasticherie, summa di vecchie immagini, dovute forse allo sprofondare  in un piumino in cui non arrivi mai a trovare la durezza. E non so se sia un malessere o un benessere, misto al caldo febbricitante della stanza. Certo che favorisce visioni e incubi, il che del tutto non mi dispiace, dato che di giorno la visione si squadra in algide geometrie.Un’alternanza schizofrenica, di cui l’unico segnale sono forse le mie gote accaldate, che porto in giro come macchie di belletto da prostituta, o ultimi fiori di vitalità da tisica degli anni venti, o  monete infuocate da bambina viziosa, che ha fatto un gioco eccitante con le sue bambole…

Occorre concentrarsi su cosa realmente significhi l’inghiottire : un salto di qualità indubbiamente, fra il tenere qualcosa all’interno di sé, ma in una dimensionale marginale, circoscritta, periferica , temporanea soprattutto, e l’assumerlo nel profondo di se medesimi, in quella cavità putrida dove peraltro si compiono le funzioni impareggiabili della vita, della crescita e della decadenza.

Penso all’inghiottire del lattante che succhia, al palpitare ritmico della sua tenera e tenace gola, e, viceversa all’angoscioso groppo del nevrotico che non sa più inghiottire, che incosciamente rifiuta di fare quel gesto che sa vitale…Giacché si può ficcare con la forza qualcosa in bocca a qualcuno, spingerglielo fra le labbra, cacciarglielo sotto la lingua, ma l’inghiottimento presuppone un atto volontario , a meno che non si ricorra a strumenti violentatori

Ma, come sempre, se riesco a “pensare” con mente pensante l’inghiottire, mi smarrisco nel rovesciare al passivo l’azione , e l’essere inghiottiti mi si traduce sempre e solo nell’immagine di un cavatappi a spirale che puntato sul cranio mi penetra fino alla vagina, per poi estrarmi trionfalmente con un piccolo e morbido plop.

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venerdì, 28 gennaio 2005

 
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mercoledì, 26 gennaio 2005

                                                                          TRASGRESSIONE

E allora Lucifero disse : Prendimi padre:

No – disse lui – non posso.

Perché?

Siamo troppo simili. Assimilarti a me sarebbe un errore.

Perché?

I tuoi perché non avranno mai fine?

Dipende da te rispondere a tutti…con una sola risposta.

Ti ho creato per avere un Fuori Da me. E tu vuoi ritornare in me?

Sì, non desidero altro. E non desidererò mai altro, lo sai

Tu così…. DISOBBEDISCI. Tu  devi essere altro…altrimenti, con chi combatto ?

Come passo le mie serate?

Allora…sarò il Passatempo della tua Noia.

Il Prurito dei tuoi Lombi.

Il Pensiero proibito:

vuoi questo.

Vattene per la tua strada.

 

 

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martedì, 25 gennaio 2005

 

E' una delle mie immagini cult. Non so da quanto tempo la conosco, da molto, molto tempo.

Ne ho osservato così a lungo i particolari, che la conosco nei minimi dettagli. La minuziosa esattezza di quegli steli di erba bruciata, arsiccia. E le mani di lei, che  ricordano le estremità di un iguana. E il piede un po' da storpia, con quella scarpuccia. Ma soprattutto la posizione del corpo, misero corpo così seducente, con la sua disperata e vitale torsione. L'autoidentificazione è ogni volta folgorante, e legata a una ben nota  impressione di freddo e vuoto patito con la eccitante convinzione di esserne più forte.

Mitiche case sul fondo, inospitali, quasi tetre.  La mia è sicuramente quella senza finestre.

Sorgono su un crinale e guardano su  un abisso di luce.

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domenica, 23 gennaio 2005

                                                                           

                                           ARCA RUSSA

Ho rivisto il film “Arca Russa”. Lingua originale con sottotitoli in polacco (?)

E forse per l’estraniamento quasi totale dal sonoro – a parte le musiche di Glinka – si è ripetuto, ancora più della prima volta che lo ho visto, il fenomeno dell’”incantamento”.

Semplicemente l’autore ( o chi per lui)  mi ha preso alla vita e mi ha condotto in un interminabile “giro di valzer” – o performance di pattinaggio on ice -.

La mia lucidità non ha retto a quel movimento rotatorio della macchina da presa, l’avanti e l’indietro, il salire e lo scendere, il vicino e il lontano, l’andare e il restare.

E tutto ciò, in un certo senso, restando fermi. In uno spazio circoscritto, in cui il tempo si sgrana con il suo vertiginoso ritmo rotatorio.

Mai ho avvertito così profondamente rappresentata l’immobilità del tempo che gli uomini dicono che “passa”. Il film infatti  realizza l’ossimoro del tempo immobile/scorrente. Blocco di tempo che contiene tutti i tempi.

‘Se il tempo per te scorre dritto lungo una sua incomprensibile rotaia, come spiegherai la forza che in quel momento della mattinata ti rappresenta lo straordinario tesoro della giornata che ti si offre davanti ; e ti dice che quel presente in cui ti trovi ha bloccato e frantumato quella immagine del tempo e l’ha sostituita con una immagine di immobile splendore…..’ ecc. ecc.

 

Alla fine, lievemente stordita. Mi guardo intorno e realizzo che mentre alla visione in italia   avevo avvertito con fastidio il continuo rimuginare, scricchiolare, scartocciare, sussurrare e persino sbuffare del pubblico, qui ho condiviso il mio incantamento con un pubblico pietrificato.

 

Beato il popolo ancora capace di silenzio….

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giovedì, 20 gennaio 2005

 

 W.WALKUSKI

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