Per rispetto alle convenzioni viene definita “biografia romanzata [ The Master dell'irlandese Colm Tòibìn) , in realtà è quello che dovrebbe essere una “vera” biografia.
La smisurata e quasi empia ambizione – nutrita di passione, empatia e visionarietà – di ricostruire una vita dall'interno. Peraltro non meno “oggettiva”di qualsiasi altra biografia formalmente definita tale, dato che si rifà a eventi pensieri, stati d'animo, riflessioni , riferiti ed espressi nei documenti che tradizionalmente stanno alla base di simili testi : lettere, diari, testimonianze e ricordi di contemporanei, e via dicendo.
Certo, non comincia dalla nascita dell'eroe ( né finisce con la morte ) e preferisce percorrere la sua vita in un andirivieni in cui il passato e il presente ( che d'altronde oggi è esso pure passato) si rincorrono e si confondono in un presentarsi e ripresentarsi di elementi focali, che sono poi i veri pilastri che identificano l'esistenza di un individuo e tanto più di un artista, le chiavi di volta per capire il senso della sua vita e della sua arte, e che niente hanno a che vedere con la sequenza cronologica.
Cento volte meglio che in un ponderoso saggio sulla genesi di un' opera narrativa, qui si evidenzia il percorso tortuoso, labirintico, carsico – che lega eventi e persone della vita cosiddetta reale alla fabula e ai personaggi di una narrazione, il magico filtraggio della mente creatrice, che da un cilindro pieno di niente, cava fuori uno splendido pavese di stoffe scintillanti.
E per quanto i due punti di partenza e di arrivo – realtà evenemenziale e realtà narrativa – possano sembrare apparentemente lontani ed estranei l'uno all'altro, invece poi, guidati a seguirne le mirabolanti peripezie interiori fra inconscio e conscio, si riesce a percepirne l'innegabile legame.
Per arrivare infine alla illuminante conclusione che QUELL' uomo con QUELLA vita non poteva che scrivere QUEI romanzi. E l'opera d'arte acquista così una sua fatale singolarità determinata dall'irripetibile verificarsi di miriadi di grandi, piccoli e piccolissimi eventi e sub-eventi.

DISMISSIONI
A volte, andando per blog, si legge che l'autore si è annoiato di scriverci, che vuol piantarla lì, o quantomeno prendersi un periodo di “riposo”, di ferie, insomma.
A ciò seguono reazioni varie dei lettori abituali : c'è chi protesta e chi, con aria comprensiva, dà la sua benedizione ed esprime solidarietà ( “è capitato anche a me...” etc etc).
Questo mi lascia stupita e mi fa anche un po' sorridere.
Il “vizio” della scrittura non si dismette, in qualunque contesto trovi un canale.
Mi riferisco ovviamente a quel tipo di scrittura completamente afunzionale, privo di qualsiasi motivazione ragionevole, né tantomeno aspettativa, almeno a livello conscio.
Chi la pratica è il primo a chiedersi ( da sempre) : che scrivo a fare?
Non c'è risposta.
Una compulsione, effettivamente.
DIVERTIMENTO

Pemessa etimologica
Divertire dal latino divertere o devertere= volgere alrove, in direzione opposta, deviare; composto dalla particella dis o de che indica allontanamento, e vertere= volgere. Far prendere altra direzione, in senso figurato distogliere; più comunemente si usa per sollazzare, ricreare.Distraendo l'animo da cure e pensieri molesti.
Non mi di-vertono i divertimenti consacrati, previsti, organizzati : ritrovi, feste, celebrazioni.
Posso divertirmi restando per 4 ore in un polveroso archivio o biblioteca tentando di decifrare un documento che per qualche motivo mi appassiona, come posso divertirmi in attività di prodezza fisica
( scarpinate, arrampicate, sdrucciolate) fino a non avere più fiato .
Mi diverte
prendere in giro qualcuno che è così stupido da non reagire nel modo giusto per farmi smettere
tentare di risolvere un rebus o un enigma definito “impossibile”
duellare con un antagonista abile almeno quanto me ( qualsiasi siano le forme e l'oggetto della contesa)
constatare che -ancora una volta – sono ricaduta in una delle mie innumerevoli “debolezze”
Mi diverte infinitamente osservare mani abili che si muovono nel fare operazioni che NON so fare.
( e che malgrado presuntuosi tentativi, non saprò mai fare).
Mi diverte : cercare un oggetto perduto
LOOK

Lei, è una delizia.
L'ho incontrata ieri.
Capelli ricci brizzolati tagliati corti, tirati indietro e fermati con una fibbietta da scolara.
T-shirt rigorosamente candida, di quelle che usavano venti anni fa : girocollo, larghe e lunghe, ampie maniche corte.
Una incredibile gonna arricciata di cretonne Sanderson : quello con corone di rose intrecciate in colori ineccepibilmente inglesi .
Sandali-zatteroni del Dr Scholl portati con calzettine (quelle al malleolo) di cotone ruvido bianco, che , solo a vederlo, denota la sua assoluta purezza di fibra naturale ( ma dove le trova?)
Al collo una esilissima catenina con un piccolo pendente di onice cerchiato d'oro.
Le piccole mani brune, nude, libere.
Il naso dritto. Gli occhi chiari leggermente sporgenti sotto la palpebra a guscio.
Intorno un sottilissimo profumo di bambino che fa il suo bagnetto in Paradiso.
PHOTOMULTIGRAPH

Alla fine dell'800 fu inventato uno speciale congegno fotografico – chiamato Photomultigraph, che, mediante uno specchio , permetteva di riprendere la stessa persona sotto cinque punti di vista differenti.
Le foto che ne uscirono, ancora oggi conservate da collezionisti, fanno un curioso effetto.
E' uno di quei casi in cui un marchingegno tecnologico svela una verità profonda, celata sotto una stratificazione fatta di semplificazioni rassicuranti.
Siamo molteplici, persino nell'apparire, perché non siamo spalmati su un piano bidimensionale come le silhouette egizie, ma ci muoviamo in uno spazio tridimensionale, che svela ogni lato di noi, ogni vuoto e ogni pieno, ogni liscio e ogni ruvido, ogni concavo e ogni convesso.
E perciò finiamola di voler mostrare al prossimo quella certa espressione accattivante ( che inalberiamo non tanto per malvagi fini, ma solo per sentirsi più o meno accolti in una primigenia tribù).
Tanto, basterà semplicemente girarci intorno per sorprendere l'espressione arcigna o insofferente o schifata del nostro profilo destro ( quello “ cattivo” o semplicemente più sincero)
E chi salirà le scale di casa nostra potrà cogliere l'inaudita voracità delle nostre labbra o delle nostre narici viste dal basso.
Chi avrà rilevato la linea pura di una fronte vista di profilo, attribuendole elegiache significanze, spostandosi di 45 gradi, si troverà magari di fronte a una fronte terribilmente s-frontata.
La santerella è coquette, l'onestuomo un lascivo beffardo, lo scolaretto zelante un infante melanconico...
Basta girarci intorno.
Che bello.
http://uneinsamkeiten.blogspot.com/
( per saperne di più sul Photomultigraph)
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+ 16 giugno 1944. Saint Didier de Formans.
(pdl)
Apologia della storia
La mattina del 16 giugno 1944 a Saint Didier de Formans, nei pressi di Lione, Marc Bloch ,storico francese di origine israelita, dopo essere stato torturato, viene fucilato da un plotone di SS. Gli ultimi mesi della sua vita erano stati segnati da un doppio impegno: l'attività clandestina nelle file della Resistenza antinazista e la scrittura del suo ultimo libro, di cui non avrebbe visto la pubblicazione. Apologie pour l'histoire ou Métier d'historièn sarebbe uscito postumo, nel 1949, nella collana Cahiers des Annales dell'editore parigino Armand Colin, curato dall'amico e compagno di studi e ricerche Lucien Febvre. In Italia, Einaudi avrebbe pubblicato la traduzione un anno dopo.
(la man santa de l'editor suave:)
OGGETTI

Anni fa (parecchi) una persona che mi aveva in simpatia mi regalò quello che io chiamai molto rozzamente orsacchiotto. Lì per lì rimasi sconcertata, e la presi come una – sia pure affettuosa – allusione a un certo mio residuo infantilismo, che il donatore a volte diceva di apprezzare , a volte , invece , di esserne infastidito.
Mi disse anche che quello non era un “orsacchiotto” ma un teddy bear d'epoca, per cui un collezionista avrebbe fatto pazzie. In effetti il pupazzo era carino, vissuto quanto basta, e con una strana espressione attonita. Comunque il regalo non mi fece granché effetto, in seguito non ne tenni di conto, il teddy bear sparì dalla mia vista e dalla mia memoria.
Ogni tanto , in occasione di qualche cambiamento di casa,o, più spesso, per qualche inusuale associazione, mi tornava in mente e mi mettevo a cercarlo. Di qua e di là, in casa mia, dai miei, e ne chiedevo in giro.
Risultava sempre che nessuno l'aveva mai visto, nessuno lo ricordava. Per qualche ora continuavo a vedere quegli occhi di vetro, l'espressione smarrita, ma discreta, di chi se ne sta per conto suo, senza chiedere aiuto a nessuno.
Il teddy bear non è stato più trovato.
Recentemente ho letto che hanno chiuso il delizioso Museo di teddy bears che si trovava a Stratford, e tutti i suoi ospiti sono stati messi all'asta e venduti per cifre molto consistenti.
Dove sarà finito il “mio” Teddy bear?
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-"Questa bellissima Biennale è un tassello della mia rivoluzione.La rivoluzione della Libertà.Libertà di esprimersi senza gabbie estetiche,politiche ,ideologiche......Non ha più senso parlare di egemonia della sinistra sulla cultura,sia perchè i più grandi intellettuali del Novecento,da Pirandello a Baget Bozzo non erano di sinistra,sia perchè questa distinzione non ha più senso .. Tanto più oggi,alla vigilia di un risultato politico storico."-
Bondi Sandro,Corsera,oggi.
Fra le scene di sesso più riuscite e significative viste al cinema, metterei senz'altro quelle del film
“Lust, caution” di Ang Lee.
E' una rappresentazione del sesso che ne coglie molto bene l'intima natura, e cioè l'instancabile e mortifero impulso ad andare sempre più oltre nell'avvicinarsi all'altro, affidandosi ai corpi : un estremo tentativo di raggiungere l'altro, essendo ben consapevoli che altri canali sono risultati impercorribili, oppure esclusi in partenza ( come per i protagonisti del film)
Un momento della verità insomma, estremo e perciò disperato, struggente perché sul filo del rasoio, in bilico fra autosalvazione e autodistruzione
La violenza in cui l'eros si manifesta, il duro attrito dei corpi, il loro posizionarsi nelle più varie forme, il loro incastrarsi l'uno nell'altro quasi a tentare un impossibile superamento della intercapedine materiale( ben lontano dal goffo zelo di volenterosi esecutori di kamasutra) sono piuttosto espressione di una inesausta quanto mai appagata ricerca dell'altro, o...di altro.
Il dolore, la paura persino, che gli occhi degli amanti esprimono, e anche il silenzio, il mutismo, che dà un senso di concentranzione estrema,quasi di ritualità : tutto ciò ben si accorda alle parole del regista
“ho spogliato più le anime che i corpi dei miei due personaggi"

In una scena molto intensa, in cui la protagonista depone la sua finzione e descrive ai suoi compagni la vera natura del suo rapporto con l'amante ( che dovrebbe essere in realtà il suo mortale nemico)essa pronuncia delle parole molto belle, che non so se siano addebitabili al racconto della scrittrice cinese , che ha dato al film lo spunto iniziale ( non credo, però)
Le ricordo vagamente, non sono riuscita a trovarle in rete.
Ricordo di aver pensato che esse corrispondevano in pieno alla mia idea .
( da notare che davanti ad esse, i compagni dell'eroina, begli esemplari di ideologismo moralisticheggiante, fuggono inorriditi...)